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Impunita. Gli strumenti della prof

Domani sarò al festival Impunita per questa tavola rotonda:

 

Gli strumenti della prof

Usare la letteratura per de-generare canoni

Domenica 29 ottobre
ore 10.30

elisabeth_bing

Tavola rotonda

Con Antonella Festa, Sonia Sabelli, Associazione DALIA

Un dibattito su letteratura e critica letteraria che prende spunto da una ricerca a scuola condotta da una docente, insieme a studenti e studentesse, a partire dalla scrittura di donne, con l’obiettivo di decolonizzare gli sguardi e demistificare la presunta neutralità dei saperi.

Antonella Festa. Femminista, docente di materie letterarie e blogger. Nel 2010 è docente di italiano nel carcere di massima sicurezza di Spoleto e racconta l’esperienza, scolastica ed umana, nei suoi Appunti di una precaria dal supercarcere, che vincono il concorso letterario “Lune di primavera”, organizzato dal Comitato internazionale 8 marzo di Perugia. Dalla narrativa, si concentra sulla critica femminista, traducendo articoli di Paul Beatriz Preciado, Brigitte Vasallo, Christine Delphine e scrivendo per blog e testate indipendenti come «Femminismo a sud», «Abbatto i muri», «Incroci De-generi», «Carmilla online». Dopo un lungo periodo di nomadismo e precarietà, lavorativa ed esistenziale, oggi è docente di ruolo presso il Liceo classico Vittorio Emanuele II di Lanciano (Ch), dove ha curato il progetto “Un altro genere di poesia”, da cui è nato il saggio Né d’altri son che mia, scritto insieme alle sue alunne e ai suoi alunni.

Sonia Sabelli. Femminista e ricercatrice indipendente, ha un dottorato in storia delle scritture femminili e ha collaborato con l’insegnamento di studi di genere alla Sapienza di Roma. Si è occupata di scritture migranti e postcoloniali nella letteratura italiana, con particolare riferimento alle intersezioni tra sessismo e razzismo. Il suo blog èhttp://sonia.noblogs.org

L’Associazione DALIA. L’associazione Donne Autodeterminate e Libere in Azione è attiva da molti anni nel territorio del V Municipio dove svolge attività di sensibilizzazione, informazione e prevenzione nell’ambito delle tematiche di genere e della salute delle donne. È attiva nel contrasto alla violenza contro le donne attraverso uno spazio che offre accoglienza, consulenza legale, supporto nel percorso di fuoriuscita. Il Centro Donne DALIA è presso il Consultorio di Piazza dei Condottieri 34 e presso la Ex Serono, in via del Pigneto 22.

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Culture. Genere. Differenze. Educazione. Il lessico condiviso dell’educazione alle differenze

Sonia Sabelli, Culture. Genere. Differenze. Educazione, appunti per l’intervento alla tavola rotonda Per un lessico condiviso sull’educazione alle differenze, incontro nazionale Educare alle differenze 3.  La Rete: pratiche e pensieri, Bologna, 24-25 settembre 2016

  1. CULTURE

Quando parliamo di «culture» ci riferiamo, ad esempio, alle differenze culturali tra oriente e occidente, tra nord e sud del mondo, tra “noi” e “loro” (ma penso anche all’opposizione natura/cultura o cultura alta/bassa). In ognuna di queste coppie di opposizioni c’è una relazione gerarchica. La prospettiva della critica postcoloniale ci permette di riconoscere queste relazioni di potere tra le culture: e penso sia alle condizioni di dominio nelle quali le culture si producono, sia alle strategie di resistenza al dominio. In Cultura e imperialismo Edward Said ha analizzato proprio il rapporto tra cultura e impero, concentrandosi sulle costruzioni culturali che l’occidente produce per rappresentare i popoli non occidentali (cioè sulla pretesa di imporre un modello culturale imperiale valido per tutto il mondo), ma anche sulle esperienze storiche di resistenza all’impero (perché c’è sempre stata qualche forma di resistenza attiva che alla fine ha avuto la meglio).[1] Il progetto europeo di governare su terre e popoli lontani si realizza anche attraverso l’affermazione della loro presunta inferiorità culturale: “loro”, gli altri, sono popolazioni barbare e primitive che non sono in grado di autogovernarsi e dunque meritano di essere governati da “noi”, gli unici detentori della cultura e della civiltà. Non si tratta però di accreditare un sistema di opposizioni totali: invece di concentrarci sul rapporto antitetico tra oriente e occidente, sarebbe più produttivo esaminare le reciproche interdipendenze e sovrapposizioni.

Cultura, secondo Said, significa due cose.

In primo luogo, per cultura intendiamo tutte quelle pratiche (come le arti della descrizione, della comunicazione e della rappresentazione) che godono di una relativa autonomia dalle sfere dell’economia, del sociale e della politica, e che sovente assumono forme estetiche che hanno tra i loro principali obiettivi il piacere. Ad esempio, i resoconti di viaggiatori e scrittori sulle regioni sconosciute del mondo e le narrazioni attraverso cui i popoli colonizzati hanno affermato la loro identità. Come sostiene Bhabha, le nazioni sono narrazioni, e dunque il potere di narrare, o di impedire ad altre narrazioni di formarsi ed emergere, è cruciale per la cultura e l’imperialismo: sia per stabilire il controllo sui territori, sia per sostenere i percorsi di emancipazione che hanno portato le popolazioni del mondo colonizzato a sollevarsi e rovesciare il dominio imperiale.

Nella seconda accezione, la cultura è il serbatoio di tutto ciò che di buono una determinata società ha compreso e pensato. Col tempo, però, la cultura finisce per venire associata in modo aggressivo con la nazione e lo stato: diventa ciò che differenzia “noi” da “loro” (con un certo grado di xenofobia). In questo senso la cultura è una fonte di identità, che spesso si oppone alle forme di meticciato e incontro tra culture, producendo nazionalismi e fondamentalismi religiosi. La cultura può diventare dunque un «campo di battaglia», sul quale le diverse cause politiche e ideologiche si contrappongono l’una all’altra. Il problema di questo approccio è che non solo comporta una venerazione verso la propria cultura, ma anche il pensarla in qualche modo separata dal mondo di tutti i giorni. Invece, la scelta di leggere o studiare determinate opere d’arte – ad esempio inserendole nei programmi scolastici – non dovrebbe essere connessa solo al piacere che ne traiamo, ma dovrebbe essere collegata anche al processo imperialista di cui esse stesse sono parte. Approfondire questo aspetto finora ignorato potrebbe accrescere concretamente la nostra capacità di comprendere queste opere e il mondo in cui sono state prodotte.

Quello che Said non ci dice è che i rapporti di potere tra le culture spesso “si misurano” anche attraverso la lente del genere: ad esempio il modo in cui una certa cultura o società tratta le donne serve spesso a giustificarne la conquista, sulla base della sua presunta arretratezza e inciviltà.

Continued…

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La città postcoloniale di Gabriella Kuruvilla

Sonia Sabelli, La città postcoloniale di Gabriella Kuruvilla: plurilinguismo e multifocalità nella letteratura italiana contemporanea, in Stefania De Lucia (a cura di), Scrittrici Nomadi. Passare i confini tra lingue e culture, Sapienza Università, Roma 2017, pp. 57-64

Nel romanzo di Gabriella Kuruvilla Milano, fin qui tutto bene (2012)[1], la città appare come un crocevia di persone che passano continuamente i confini tra lingue e culture. La narrazione – caratterizzata da una struttura multifocale e da un uso intenso del plurilinguismo – scaturisce da un fatto di cronaca: è il 13 febbraio 2010 quando un trentenne dominicano accoltella un diciannovenne egiziano ed esplode la rivolta dei magrebini in via Padova. Milano è attraversata da marce razziste e la risposta dell’amministrazione locale si traduce in rastrellamenti, strade militarizzate, telecamere di sorveglianza, chiusura anticipata dei negozi. Nel dibattito pubblico si contrappongono le posizioni di chi legge la presenza migrante come una minaccia per la sicurezza urbana e di chi la interpreta come una possibilità per costruire nuovi modelli di convivenza interculturale. Il romanzo di Gabriella Kuruvilla e le foto di Silvia Azzari, che introducono ogni capitolo, si propongono di documentare le trasformazioni in corso nella città.

La narrazione mette a fuoco un processo che i personaggi del romanzo definiscono “turnover abitativo”: le comunità migranti, infatti, sostituiscono l’ondata di meridionali che si erano trasferiti al nord dopo la seconda guerra mondiale. L’unica sensazione comune a tutti i gruppi sociali che abitano la città è un costante senso di spaesamento: gli italiani sono sempre fuori luogo mentre le persone migranti si sentono catapultate in una sorta di altrove. Il libro sembra una “lonely planet dei poveri” in cui Milano si rivela una città postcoloniale non solo perché esibisce le tracce del passato coloniale, ma perché si configura come uno spazio sociale eterogeneo, in cui coesistono diverse lingue e culture, diversi modi di produzione e diversi regimi di lavoro, mentre i confini sono resi porosi dalla pressione dei movimenti migratori (cfr. Mezzadra 2008).

I quattro capitoli in cui è suddiviso il romanzo prendono il titolo dai nomi di vie e quartieri che sono caratterizzati da una consistente presenza delle comunità migranti: via Padova, viale Monza, Sarpi e Corvetto corrispondono rispettivamente alle voci dei quattro personaggi che li abitano, raccontandoli in prima persona.

Secondo Anita Patel, alias Paola Rossi, quarantenne mezza italiana e mezza indiana nata e cresciuta a Milano (come l’autrice), via Padova è “Una via piena di immigrati, che ne vedi di tutti i colori” (Kuruvilla 2012, p. 6); perciò i negozianti espongono cartelli con scritte come “Orgogliosi di essere napoletani” o “Prodotti italiani, qualità italiana, professionalità italiana, personale italiano”; evidentemente, per prendere le distanze dai negozianti stranieri (ivi, p. 21).

Invece Samir, ex pusher e lavapiatti egiziano che abita in viale Monza, sostiene che “Da questa zona, negli ultimi anni, gli italiani sono scappati in massa, vendendo o affittando, spesso a prezzi assurdi, i loro appartamenti, il più delle volte fatiscenti, agli immigrati […] E quando incroci un italiano lo riconosci subito, perché sembra sempre fuori posto” (ivi, p. 77).

La fotografa Stefania abita in via Paolo Sarpi, dove i cinesi hanno aperto negozi che sono allo stesso tempo abitazioni e laboratori. “La formula del tre per uno, quella dello spazio in cui vivi, produci e vendi” secondo Stefania accomuna l’esperienza dei lavoratori cinesi a quella di molti giovani artisti precari italiani; solo che lei nel suo loft ci vive da sola, mentre “i cinesi, nel loro tre per uno che a volte è anche un seminterrato, ci stanno in quanti ci riescono a stare” (ivi, pp. 98-99).

Infine, Tony, rasta figlio di emigranti napoletani, che imita i “nigga” e si crede un “badman”, abita nel quartiere Corvetto, dove tunisini, marocchini ed eritrei hanno “pericolosamente invaso” il “feudo” della droga che fin dai primi anni Settanta era nelle mani dei siciliani (ivi, p. 142).

Continued…

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Scrittrici Nomadi. Passare i confini tra lingue e culture

È online sul sito di Sapienza Università Editrice il volume Scrittrici Nomadi. Passare i confini tra lingue e culture, a cura di Stefania de Lucia, che raccoglie gli interventi presentati alla giornata di studi che si è svolta il 30 maggio 2014 alla Sapienza, a cui avevo partecipato con un intervento su Gabriella Kuruvilla. Il volume si può leggere/scaricare liberamente dal sito della casa editrice. Su Limes Rivista italiana di geopolitica, nella rubrica Ricamando il mondo, si può leggere un articolo di Laura Canali, Isole di sabbia, dedicato alla spiegazione degli elementi che hanno ispirato il lavoro di mappatura dei percorsi di nomadismo.

Una nuova definizione del soggetto femminile – insegnano gli studi di Rosi Braidotti – parte dalla destabilizzazione di un concetto universale e universalistico di identità intesa come qualcosa di fisso e immutabile. Ricontestualizzando l’idea di soggetto nomade di deleuziana memoria in un’ottica femminile e femminista, la filosofa italo-australiana ridefinisce il soggetto femminile come nomade perché impossibile da racchiudere in una definizione univoca e totalizzante, ma continuamente esposto al processo del divenire, anche quando apparentemente situato in un preciso contesto spazio-temporale.

Misurandosi con la suggestione dei suoi approcci teorici e non solo, i contributi di questo volume, aperti dalle riflessioni della scrittrice Elisabetta Rasy, disegnano una geografia ampia e animata di voci, volti ed esperienze femminili che si intersecano e si spostano sulla superficie terrestre, muovendosi con grande consapevolezza tra lingue e culture.

Le esperienze di tutte le scrittrici qui presentate, disposte a costituire la trama di un tappeto/mappa secondo l’interpretazione geopoetica della cartografa Laura Canali che le accompagna, tentano di mettere in luce le interconnessioni che le singole esperienze riportate riescono ad attivare con le variabili di lingua, luogo e identità.

I contributi affrontano vecchie e nuove questioni legate al tema dei ‘soggetti in transito’ lasciando emergere nuove prospettive di analisi non solo su nuovi fenomeni migratori ma anche su vecchie figure di nomadi, come gli esuli, i migranti, i colonizzati.

All’interno del volume uno scritto di Elisabetta Rasy e una mappa geopoetica di Laura Canali.

PDF icon scarica il volume in pdf

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Zerocalcare per Antonia e Amelia

Se questo blog non è stato attivo per un sacco di tempo… è per loro due:
Grazie a Zerocalcare per questo disegno!

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Chi canta l’inno nazionale? Tricolore. Bandiere pericolose

«Tricolore e inno nazionale per la prima manifestazione nazionale di Rom e Sinti», così recitava la gran parte dei titoli dei media che hanno reso conto della manifestazione nazionale antirazzista organizzata dalle associazioni dei Sinti italiani, che si è svolta sabato 16 maggio a Bologna. Perché tanto interesse per la presenza del tricolore e dell’inno di Mameli? Perché è significativo che un gruppo sociale che da sempre è stato ecluso dai diritti di citadinanza scelga una simile colonna sonora? E quanto è problematica questa scelta? In altre parole, chi ha il diritto di sventolare il tricolore o di cantare l’inno nazionale? Seppure in altro contesto (a partire dall’uso dei simboli della nazione da parte di figlie e figli di migranti), qualche tempo fa avevo provato a ragionare su interrogativi simili, con questo testo che ora ripropongo. Ringrazio le tre curatrici del volume e in particolare Vincenza Perilli, per i preziosi commenti e suggerimenti ricevuti durante la sua stesura.

Tricolore. Bandiere pericolose

di Sonia Sabelli

[in Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat, Vincenza Perilli (a cura di), Femministe a parole. Grovigli da districare, Ediesse, Roma 2012, pp. 279-286]

Il tricolore, in quanto emblema dell’identità nazionale italiana, è stato storicamente associato a una cultura nazionalista e patriottica, conservatrice, belligerante e tradizionalmente di destra. Nell’Italia di oggi, invece, nonostante la crisi dello stato-nazione, sembra che esporre con orgoglio la bandiera tricolore sia divenuto un comportamento appropriato anche negli ambienti progressisti e di sinistra, generalmente associati a una prospettiva europeista, pacifista, internazionalista. Ma, spesso, chi mette in atto una tale affermazione dell’italianità dimentica che l’idea di nazione presuppone l’esistenza di un ipotetico noi – fondato su una comunanza di tratti culturali presentati come naturali[1] – da contrapporre a coloro che sono considerati altri, perché diversi, stranieri e, potenzialmente, anche nemici. Del resto la bandiera è sempre stata uno dei simboli più potenti ed efficaci della dominazione militare, coloniale e imperialista, come nel caso dell’immagine seguente (fig. 1). E questa sarebbe già una ragione sufficiente per essere sospettose di fronte ai recenti tentativi di riattivare il patriottismo e il nazionalismo, sia da destra che da sinistra.

somalia_alzabandieraSecondo lo storico Alberto Mario Banti, che ha analizzato la costruzione del discorso nazional-patriottico in Italia dal Risorgimento al fascismo, dovremmo essere consapevoli che l’uso di termini come patria e nazione porta con sé una serie di valori che producono potenti effetti performativi, poiché «inducono a pensare la nazione come parentela, come discendenza di sangue, come memoria storica esclusiva e selettiva, come valorizzazione di narrazioni bellicistiche e maschiliste» (Banti, 2011, p. 208). Chi oggi si preoccupa di riaffermare l’identità nazionale italiana finisce dunque per dimenticare che essa si fonda su una rigida linea del colore (cfr. colore), sulla distinzione binaria tra due diversi ruoli sessuali (maschio e femmina eterosessuali) e sull’attribuzione della cittadinanza (cfr. cittadinanza) in base al diritto di sangue (che informa la legislazione sulla cittadinanza fin dal Regno d’Italia). Il ritardo italiano nella produzione di una riflessione critica sul privilegio della bianchezza (cfr. bianchezza), sul nesso tra genere, eteronormatività e nazione, così come sul criterio familista/parentale, continua a riprodurre gerarchie di potere e meccanismi di inclusione ed esclusione: è in base a tali criteri selettivi, infatti, che le soggettività che fanno parte delle minoranze (razziali, sessuali, linguistiche, religiose, ecc.) possono avere accesso all’appartenenza nazionale e, dunque, alla piena cittadinanza, oppure possono essere considerate «illegali».

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10.04.2015 Clr presenta Zami di Audre Lorde

Venerdì 10 aprile 2015, alle 18.00, il Coordinamento Lesbiche Romane presenta il libro Zami. Così riscrivo il mio nome, di Audre Lorde. Intervengono: Liana Borghi, Simonetta Spinelli, Elena Biagini, Nancy Sciuto. L’evento, rivolto solo alle donne, si svolge alla sala Simonetta Tosi della Casa internazionale delle donne di Roma, in via san Francesco di Sales 1/a.
Colgo l’occasione per segnalare che il Martedì autogestito da femministe e lesbiche di Radio Ondarossa sta proponendo un ciclo di trasmissioni dedicato proprio alla rilettura di Zami, tutte le puntate andate in onda finora si possono ascoltare qui.
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Femminismo nero e postcoloniale

Ho scritto questo breve paragrafo per il volume Identità e differenze. Introduzione agli studi delle donne e di genere, a cura di Maria Serena Sapegno, Mondadori Università, Roma 2011, pp. 189-93 (fa parte dell’ottavo capitolo, Femminismo e femminismi dagli anni Ottanta al XXI secolo, di Monica Pasquino).

Femminismo nero e postcoloniale

di Sonia Sabelli

identitaedifferenzeIl black feminism (femminismo nero) denuncia il razzismo e l’eurocentrismo (la tendenza tipicamente europea a considerare il resto del mondo una propria periferia) che caratterizzano parte del femminismo bianco e occidentale. Il femminismo nero si afferma negli Stati Uniti, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, a partire dalla consapevolezza che sia il femminismo bianco, sia il movimento per i diritti civili degli afroamericani, avevano cancellato l’esperienza materiale delle donne nere.

Le femministe afroamericane affermano dunque la necessità di articolare riflessioni teoriche, pratiche politiche e forme di organizzazione che siano fondate sulla critica del razzismo e del sessismo che le donne nere sperimentano. Sviluppano inoltre metodi analitici per interpretare il modo in cui razza e genere incidono sulle loro vite, ad esempio introducendo la nozione di «intersezionalità», cioè intersecando, appunto, i diversi ‘assi’ della differenza (genere, razza, etnicità, classe, scelte sessuali), per mostrare quanto sia inefficace una teoria che tenga conto di uno solo di questi assi. Infatti storicamente le donne nere hanno combattuto simultaneamente sia contro il razzismo che contro il sessismo, riconoscendoli come due sistemi di potere che sono sempre interconnessi. Anche l’opera di alcune scrittrici afroamericane – come Audre Lorde (Sister Outsider, 1984), Alice Walker (Il colore viola, 1982) e Toni Morrison (Amatissima, 1987) – è centrale per il femminismo nero, mentre la loro capacità di attraversare i generi letterari combinando narrativa, teoria e autobiografia diventa un tratto specifico della scrittura femminista nera.

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Postcoloniale e revisione dei saperi: da postcolonialitalia ad aut aut

Ringrazio Roberto Derobertis per la segnalazione di questa nuova e interessantissima pubblicazione del gruppo di ricerca postcolonialitalia. Di seguito l’indice e il link per leggere le prime pagine di ogni articolo, visibili in anteprima sul sito dell’editore.

autaut copertina

“Postcoloniale e revisione dei saperi”:
da postcolonialitalia ad aut aut

Nell’ultimo numero di aut aut (364, ottobre-dicembre 2014) è uscita una raccolta di interventi dal titolo “Postcoloniale e revisione dei saperi”, che fa seguito al workshop postcolonialitalia su “Gli studi postcoloniali nelle scienze umane: teorie, storie, metodi e pratiche italiane” (6 dicembre 2013).

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Je suis Charlie… ma non su Palestina-Israele

Una interessante riflessione di Ruba Salih sull’incontro dal titolo Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi. Dialoghi con Ilan Pappé, che si sarebbe dovuto tenere il 16 febbraio scorso all’università di Roma Tre, ma all’ultimo momento il rettore ha revocato la concessione della sala. In seguito a questo episodio, che costituisce un evidente esercizio di censura, è stato redatto un appello per la libertà accademica che si può leggere e sottoscrivere qui.

Je suis Charlie”… ma non su Palestina-Israele
In difesa della liberta’ accademica tra censure, cesure e dissenso

Ruba Salih
School of Oriental and African Studies, University of London

Roma, 16 Febbraio 2016

Qualche mese fa venne pubblicata una storia abbastanza inusuale sulla rivista Yedioth Hakibbutz, la rivista del kibbutz Degania. La prima pagina recitava: “Abbiamo espulso, bomardato e ucciso”. Il titolo richiamava una intervista di tre pagine contenuta all’interno della rivista con l’ex combattente dell’ allora Palmach, e residente del Kibbutz, Mr Kahanovich, nella quale appunto quest’ultimo raccontava dalla Guerra del 1948 e confessava il suo ruolo e la sua partecipazione alla espulsione e uccisione di civili palestinesi durante gli eventi.

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