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FeminismIsForEverybody #1 bell hooks, Politica femminista. Dove siamo

bell hooks, 1. Feminist Politics. Where We Stand, in Feminism is for Everybody: Passionate Politics, South End Press, Cambridge, MA, 2000, pp. 1-6 (trad. it. di sonia sabelli)

In parole povere, il femminismo è un movimento per mettere fine al sessismo, allo sfruttamento e all’oppressione sessista. Questa è la definizione del femminismo che ho offerto in Feminist Theory: From Margin to Center più di dieci anni fa. All’epoca speravo che sarebbe diventata una definizione di uso comune. Mi piaceva questa definizione perché non implica che gli uomini siano il nemico. Nominando il sessismo come il problema, va diretta al nocciolo della questione. Praticamente, questa definizione implica che il problema siano il pensiero e l’agire sessista, a prescindere se siano perpetuati da una donna o da un uomo, da un bambino o da un adulto. Inoltre è abbastanza ampia da includere la comprensione del sistema del sessismo istituzionalizzato. È una definizione aperta. Sottintende che per comprendere il femminismo sia necessario comprendere il sessismo.

Come tutte le sostenitrici della politica femminista sanno, la maggior parte delle persone non comprendono il sessismo oppure, se lo comprendono, pensano che non sia un problema. Moltissime persone pensano che il femminismo riguardi sempre e soltanto delle donne che cercano di diventare uguali agli uomini. E la stragrande maggioranza di queste persone pensa che il femminismo sia contro gli uomini. La loro incomprensione della politica femminista riflette il fatto che molte persone imparano cosa sia il femminismo dai mezzi di comunicazione di massa patriarcali. Il femminismo di cui sentono parlare è descritto fondamentalmente dalle donne che si impegnano soprattutto per l’uguaglianza di genere – cioè pari retribuzione per pari prestazioni lavorative – oppure affinché uomini e donne condividano i lavori domestici e la genitorialità. Queste persone si rendono conto che le femministe di cui parlano i mezzi di comunicazione sono sostanzialmente bianche e privilegiate. E apprendono dagli stessi media che la liberazione delle donne si concentra sulla libertà di accedere all’aborto, di essere lesbiche, di sfidare lo stupro e la violenza domestica. Tra tali questioni, moltissime persone condividono il principio dell’uguaglianza di genere sul posto di lavoro – cioè pari retribuzione per pari prestazioni lavorative.

Dal momento che la nostra società continua a essere principalmente una cultura “cristiana”, moltissime persone continuano a credere che dio ha stabilito che le donne devono essere subordinate agli uomini nel contesto domestico. Sebbene una moltitudine di donne sia entrata a far parte della forza lavoro, sebbene molte famiglie siano mandate avanti da donne che sono le uniche a guadagnare il pane, nella visione della vita domestica che continua a dominare l’immaginario nazionale, la logica della dominazione maschile resta intatta, a prescindere se nella casa ci siano degli uomini o no. La percezione erronea del movimento femminista, che implica che esso sia contro gli uomini, ha portato con sè la percezione erronea che tutto lo spazio femminile sia necessariamente un ambiente in cui il pensiero patriarcale e sessista è assente. Molte donne, finanche quelle impegnate nella politica femminista, hanno preferito credere che fosse così.

Invece c’era un bel po’ di sentimento anti-maschile tra le prime attiviste femministe che stavano rispondendo alla dominazione maschile con rabbia. Fu proprio quella rabbia verso l’ingiustizia che diede impulso alla creazione del movimento di liberazione delle donne. Molto presto la maggior parte delle attiviste femministe (che erano in maggioranza bianche) presero coscienza della natura della dominazione maschile, proprio nel momento in cui lavoravano in contesti anticlassisti e antirazzisti, insieme a degli uomini che stavano rivelando al mondo l’importanza della libertà mentre subordinavano le donne. A prescindere se fossero donne bianche impegnate per il socialismo, donne nere impegnate per i diritti civili e la liberazione nera, o donne native americane impegnate per i diritti delle popolazioni indigene, era chiaro che gli uomini volevano comandare e volevano che le donne li seguissero. Partecipare a queste lotte radicali per la libertà risvegliò lo spirito di ribellione e di resistenza nelle donne progressiste e le condusse verso la contemporanea liberazione delle donne.

Mentre il femminismo contemporaneo progrediva, e le donne realizzavano che gli uomini non erano l’unico gruppo nella nostra società che supporta il pensiero e l’agire sessista – poiché anche le donne possono essere sessiste – il sentimento anti-maschile smise di plasmare la consapevolezza del movimento. L’interesse si spostò verso uno sforzo tenace per realizzare la giustizia di genere. Ma le donne non avrebbero potuto allearsi tra loro per dare impulso al femminismo senza confrontarsi con il nostro pensiero sessista. La sorellanza non avrebbe potuto essere potente finché le donne avrebbero continuato a competere facendosi la guerra l’una con l’altra. Le visioni utopistiche della sorellanza, basate esclusivamente sulla consapevolezza del fatto che tutte le donne sono in qualche modo vittime della dominazione maschile, furono perturbate dalle discussioni sulla classe e sulla razza. Le discussioni sulle differenze di classe si verificarono agli esordi del femminismo contemporaneo, prima di quelle sulla razza. A metà degli anni settanta, la casa editrice Diana Press pubblicò delle intuizioni rivoluzionarie sulle divisioni di classe tra le donne, nella collezione di saggi intitolata Class and Feminism. Queste discussioni non banalizzavano l’insistenza femminista sulla potenza della sorellanza (come nello slogan “la sorellanza è potente”), ma sottolineavano semplicemente il fatto che avremmo potuto diventare sorelle nella lotta solo confrontandoci sui modi in cui le donne hanno dominato e sfruttato le altre donne – tramite il sesso, la classe e la razza – e creando una piattaforma politica che affrontasse queste differenze.

Sebbene alcune donne nere fossero attive nel movimento femminista contemporaneo fin dai suoi inizi, non furono tra le donne che sarebbero diventate le “stelle” del movimento e che avrebbero attratto le attenzioni dei mezzi di comunicazione di massa. Spesso le donne nere attive individualmente nel movimento femminista erano delle femministe rivoluzionarie (così come molte lesbiche bianche). Ed erano già in disaccordo con le femministe riformiste che erano determinate a progettare una visione del movimento come se fosse finalizzato esclusivamente a ottenere l’uguaglianza con gli uomini all’interno del sistema esistente. Anche prima che la razza diventasse un problema in discussione all’interno dei circoli femministi, per le donne nere (e per le loro alleate nella lotta rivoluzionarie) era chiaro che loro non avrebbero mai ottenuto l’uguaglianza all’interno del patriarcato suprematista bianco capitalista.

Il movimento femminista fu polarizzato fin dai suoi esordi. Le pensatrici riformiste preferirono enfatizzare l’uguaglianza di genere. Invece le pensatrici rivoluzionarie non volevano semplicemente alterare il sistema esistente affinché le donne ottenessero maggiori diritti. Noi volevamo trasformare quel sistema, mettendo fine al patriarcato e al sessismo. Ma la visione rivoluzionaria non ha mai catturato l’attenzione della stampa dominante, poiché i mezzi di comunicazione di massa patriarcali non erano interessati a essa. La visione della “liberazione delle donne” che catturò la pubblica immaginazione  – e che ancora mantiene la presa – è quella che rappresenta le donne come desiderose di ottenere quello che hanno gli uomini. E questa era la visione più facile da realizzare. I cambiamenti nell’economia nazionale, la depressione economica, la perdita del lavoro, ecc., resero il clima maturo affinché i cittadini della nostra nazione accettassero la nozione di uguaglianza di genere nella forza lavoro.

Considerata la realtà del razzismo, era logico che gli uomini bianchi fossero più propensi a considerare i diritti delle donne quando la loro concessione poteva servire gli interessi del mantenimento della supremazia bianca. Noi non potremo mai dimenticare che le donne bianche cominciarono ad affermare il loro bisogno di libertà dopo i diritti civili, proprio nel momento in cui la discriminazione razziale stava finendo e la gente nera, specialmente i maschi neri, avrebbero potuto ottenere l’uguaglianza con gli uomini bianchi nella forza lavoro. Il pensiero femminista riformista, concentrandosi soprattutto sull’eguaglianza con gli uomini nella forza lavoro, mise in ombra i fondamenti originari radicali del femminismo contemporaneo, che reclamava una riforma e anche una complessiva riorganizzazione della società, in modo che la nostra nazione diventasse fondamentalmente anti-sessista.

La maggior parte delle donne, specialmente quelle bianche e privilegiate, smisero finanche di considerare le visioni femministe rivoluzionarie, una volta che ebbero cominciato a ottenere il potere economico all’interno delle strutture sociali esistenti. Per ironia della sorte, il pensiero femminista rivoluzionario fu maggiormente accettato e seguito nei circoli accademici. In quei circoli la produzione della teoria femminista rivoluzionaria progrediva, ma il più delle volte quella teoria non era resa disponibile al pubblico. Diventò e rimase un discorso privilegiato, disponibile per coloro tra noi che sono colte, beneducate e in genere sostanzialmente privilegiate. Opere come Feminist Theory: From Margin to Center, che offrono una visione liberatoria della trasformazione femminista, non hanno mai ricevuto l’attenzione dominante. La maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare di questo libro. Non è che abbiano rifiutato il suo messaggio; non sanno che cosa sia questo messaggio.

Mentre il patriarcato capitalista suprematista bianco aveva interesse a sopprimere il pensiero femminista visionario che non era contro gli uomini o non era interessato a dare alle donne il diritto di essere come gli uomini, anche le femministe riformiste erano impazienti di silenziare queste forze. Il femminismo riformista divenne la loro via per la mobilità di classe. Potevano liberarsi della dominazione maschile nella forza lavoro ed essere più autodeterminate nei loro stili di vita. Sebbene il sessismo non fosse finito, loro potevano elevare al massimo la propria libertà all’interno del sistema esistente. E potevano contare sull’esistenza di una classe inferiore di donne sfruttate e subordinate per fare il lavoro sporco che loro si stavano rifiutando di fare. Tramite l’accettazione, e anzi la collusione con la subordinazione delle donne povere e di classe operaia, le femministe riformiste non solo si sono alleate con il patriarcato esistente e con il sessismo che lo accompagna, ma si sono attribuite il diritto di condurre una doppia vita, una in cui sono uguali agli uomini nella forza lavoro e un’altra a casa, quando vogliono starci. Se scegliessero il lesbismo, avrebbero il privilegio di essere uguali agli uomini nella forza lavoro, mentre usano il potere di classe per creare stili di vita domestica nei quali possono scegliere di avere pochi contatti con gli uomini o di non averne proprio.

Il femminismo dello stile di vita ha introdotto la nozione per cui possono esserci così tante versioni del femminismo quante sono le donne. D’un tratto la politica è stata lentamente rimossa dal femminismo. E ha prevalso l’assunzione che non importa quali siano le idee politiche di una donna, che sia conservatrice o liberale, poiché ognuna può adattare il femminismo al proprio stile di vita esistente. Ovviamente questo modo di pensare ha reso il femminismo più accettabile, perché sottintende che le donne possano essere femministe fondamentalmente senza sfidare né cambiare se stesse o la cultura. Prendiamo per esempio il tema dell’aborto. Se il femminismo è un movimento per mettere fine all’oppressione sessista, e privare le donne dei diritti riproduttivi è una forma di oppressione sessista, allora non si può essere femminista ed essere contro la libertà di scelta allo stesso tempo. Una donna può sostenere che non sceglierebbe mai di abortire mentre afferma il suo supporto al diritto per le donne di scegliere, e allo stesso tempo può anche essere una sostenitrice della politica femminista. Non può essere contro l’aborto ed essere una sostenitrice del femminismo. Allo stesso tempo, non può esserci un “femminismo del potere” se la visione del potere evocata è un potere ottenuto tramite lo sfruttamento e l’oppressione delle altre.

La politica femminista sta perdendo slancio perché il movimento femminista ha perso delle chiare definizioni. Noi abbiamo quelle definizioni. Reclamiamole. Condividiamole. Ricominciamo da capo. Facciamo magliette, adesivi per paraurti, cartoline, musica hip hop, spot televisivi e radiofonici, spot e cartelloni pubblicitari e ogni tipo di materiale stampato che parli al mondo del femminismo. Possiamo condividere il messaggio semplice, eppure potente, che il femminismo è un movimento per mettere fine all’oppressione sessista. Partiamo da qui. Facciamo ricominciare il movimento.

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