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Princesa: un cyborg nella letteratura italiana

Quelli che seguono sono solo degli appunti di lettura che avevo scritto diversi anni fa, dopo aver letto Princesa, il libro di Fernanda Farias de Albuquerque e Maurizio Jannelli pubblicato nel 1994 dall’editore Sensibili alle foglie. Li ho cercati e ritrovati in occasione dell’incontro che si è svolto domenica scorsa al Volturno occupato, grazie all’iniziativa di Ugo Fracassa, e li ripropongo qui col proposito di lavorare ancora, in maniera più sistematica e approfondita, su questo prezioso libro.

Princesa: un cyborg nella letteratura italiana

Princesa è la storia di una transessuale – di un corpo in transito tra un’identità e l’altra – della sua metamorfosi al silicone e chirurgia plastica, della sua fuga dal Brasile all’Europa, fino all’esperienza del carcere, dove significativamente il racconto si interrompe.

Anaciclin, sempre quattro pasticche al giorno. Fernando si consuma lentamente. Il pene rimpicciolisce, i testicoli si ritirano, i fianchi si allargano. Fernanda cresce. Pezzo dopo pezzo, gesto su gesto, io dal cielo scendo in terra, un diavolo – uno specchio. Il mio viaggio.

La progettualità con cui Fernanda fa emergere il suo corpo femminile racchiuso dentro un corpo di uomo, sotto l’effetto degli ormoni e delle protesi al silicone liquido iniettate dalle bombadeiras brasiliane, non può non far pensare ai tanti personaggi in bilico tra vita organica ed esistenza metallica che popolano la letteratura contemporanea. Il pensiero postmoderno, che percepisce l’esigenza di ordine e coerenza del razionalismo moderno come una imposizione illusoria, trova nel cyborg – figura ibrida di assemblaggio e montaggio – una possibilità per rendere in letteratura la frammentazione e il disorientamento della personalità che caratterizzano l’età contemporanea, alludendo a un’immagine mobile e incerta, eterogenea e incompiuta, della realtà in cui viviamo. Penso in particolare a Donna Haraway, che ha proposto il cyborg come una figurazione che rispecchia la ridefinizione dei confini tra i soggetti, i loro corpi e il mondo esterno, e che offre nuove possibilità per un universo post-gendered.

La scrittura rappresenta per Fernanda la medicina «per resistere all’azione devastante della reclusione, per non dimenticare di essere nati liberi», ma è anche lo spazio per l’incontro con il co-autore, Maurizio Jannelli, che approda al carcere dopo la militanza nelle Brigate Rosse. Dalla comunicazione tra i due nasce una nuova lingua, «la variazione, scritta e orale, che risultò dalla chimica delle nostre lingue materne»: il portoghese di Fernanda, il dialetto sardo di Giovanni, il compagno di prigione che per primo l’ha incoraggiata a raccontare la sua storia, e la stesura finale di Maurizio Jannelli, a cui l’editore Renato Curcio ha affidato il compito di rendere accessibile al pubblico la straordinaria lingua ibrida del testo originale, come spesso è avvenuto per i primi testi letterari scritti in italiano da persone migranti.

A partire dal manoscritto autobiografico di Fernanda e dalla capacità di ascolto di Maurizio, il libro è anche il frutto di intensi dialoghi e di una fitta corrispondenza, scaturiti in primo luogo dalla necessità di chiarificare la storia di Fernanda e di definire meglio le sue parole, a volte inventate – quando i suoni appena imparati venivano trasformati in segni – o utilizzate in senso improprio:

Per esempio i “seni” diventano i “segni”. E sono “segni” se uno li costruisce. Ci sono dei passaggi in cui lei dice “i segni del petto”, cioè “i seni del petto”, intende. Io mi faccio portare da questo gioco. Ci sto dentro un giorno, e quel gioco mi porta a leggere Baudrillard, Roland Barthes, cioè mi fa fare una serie di viaggi per poi scrivere magari solo due righe. Un altro esempio. Lei usa la parola “copia” per dire la sua “somiglianza”, con Perla. Questo mi consente di costruire l’incontro tra l’originale, il modello da lei assunto (Perla) e la sua copia (Fernanda). Una dimensione seriale della costruzione dei corpi per come avviene in Brasile ad opera delle Bombadeire.

Comunque la redazione finale conserva sicuramente i segni della differenza degli autori, la tracce di itinerari e culture diverse: il processo che precede il farsi di questa nuova lingua – quaderni e bigliettini viaggiarono per un anno attraverso le tre celle – rappresenta dunque un passo verso quella «lotta per il linguaggio, contro la comunicazione perfetta, contro il codice unico che traduce perfettamente ogni significato, dogma centrale del fallologocentrismo», che Haraway identifica con la politica dei cyborg.

Nel suo saggio su Le origini della letteratura afroitaliana e l’esempio afroamericano, Alessandro Portelli legge una accanto all’altra l’autobiografia di Fernanda – «una persona che ha letteralmente due lingue, due nomi, due corpi» – e la poesia Prigione del poeta camerunense Ndjock Ngana, noto in Italia anche come Teodoro, che rappresenta «l’uscita dalla “prigione” dell’identità e della logica logocentrica». Portelli individua dunque una contraddizione – esemplificata da questi due testi letterari – tra l’idea di multiculturalismo come evento liberatorio, come apertura di una possibilità antiautoritaria, associata all’ideale postmoderno di un soggetto molteplice e frammentato, da una parte (in Prigione), e l’aspetto tragico e doloroso della frammentazione, denunciato da chi subisce sulla propria pelle l’esperienza della discriminazione e dell’emarginazione, dall’altra (in Princesa). Dunque la complessità e l’ambivalenza rilevate sopra, nell’ambito delle riflessioni postmoderne sulla diversità, si riproducono anche nella recente apparizione di una letteratura italiana della migrazione.

Come il cyborg, postmoderna metafora di sessualità e identità trans-genere, Fernanda crea se stessa per mezzo di impianti e silicone. Ma il risultato non è la realtà virtuale di una sessualità immaginata, bensì un’approfondita esplorazione del dolore.

L’accento posto qui da Portelli sull’aspetto negativo e doloroso della frammentazione, credo sia da attribuire alla sua volontà di distinguere Fernanda («la protagonista di un’autobiografia») da Princesa («il personaggio di un libro»). Infatti – mentre lui stesso e gli altri intellettuali che avevano riconosciuto il valore del libro, dapprincipio le avevano identificate in una sola persona – il ritorno alla prostituzione, al carcere e infine il suicidio di Fernanda ci costringono a riconoscere la differenza tra le due. Comunque, nell’impossibilità di identificare chiaramente il ruolo svolto da Jannelli nel trasformare Fernanda  («peraltro, su richiesta di lei») in un personaggio della finzione letteraria, Portelli preferisce restituirci la brutalità della verità storica e sottolineare il dolore e la sofferenza, più che la costruzione consapevole di una nuova identità.

Ribadire la differenza tra Fernanda e Princesa, mi sembra comunque un atto doveroso per riconoscere la complessità di questo testo, la cui forma rispecchia un lungo lavoro non solo di trascrizione-traduzione ma di vero e proprio montaggio e assemblaggio con altre fonti, altri racconti e immaginazioni: dunque non la testimonianza di un’esperienza autentica, ma il tentativo di rappresentare nella scrittura il «cortocircuito» tra i differenti percorsi dei co-autori.

Da una parte c’è il duplice movimento di Maurizio: dapprima il sogno, «una sorta di allucinazione personale», affrontato per ricostruire dal chiuso della sua cella l’ambientazione del Nordeste del Brasile, attraverso le pagine di Guimarães Rosa e i racconti dei detenuti che avevano trascorso lì la loro latitanza. A cui si aggiunge un secondo viaggio, quello più difficile, per vestire i panni di Fernanda ed entrare nel corpo del transessuale: «E devo dire che questa è stata forse l’esperienza più ricca – sostiene Jannelli – che mi ha letteralmente scaraventato dentro le ragioni dell’Altro».

Dall’altra c’è il viaggio reale di Fernandinho: da un villaggio del Nordeste brasiliano, alla fuga disastrosa verso le grandi metropoli del Brasile e dell’Europa; a cui si affianca la metamorfosi del corpo maschile in corpo femminile. Qui comincia la nuova vita di Princesa, che solo dopo l’applicazione delle protesi di silicone ai seni scopre finalmente

cosa volesse dire essere donna in mezzo a mille sconosciuti. Cambiò tutto, persino i suoni della mia lingua vibrarono diversi. Cambiai anch’io. Fui letteralmente trascinata in un mondo altro: quello delle donne».

Fernanda rimane comunque sempre in bilico tra la volontà di divenire donna («lo conquisterò come una donna conquista un uomo. I miei seni cresceranno. I miei fianchi saranno perfetti, come quelli di Rubirosa») e la certezza di non poterlo essere mai completamente («Non riuscirò mai ad essere donna giorno e notte»):

In molti sanno, capiscono. Vedono, eppure si comportano come se io fossi tutta donna. E quel come se per me è già tanto. Forse tutto. Nell’imbarazzo di un disagio i più s’appoggiano all’apparenza del convenzionale: seni culo tuttoapposto, allora signorina. Nella spiaggia come al ristorante. E per me è un’altra vita.

Se lo sguardo della gente la condanna a rimanere sempre «l’uomodonna», il «maschiofemmina», «una cosa di mezzo», «non proprio una donna, ma la figura di una donna»; sarà soprattutto l’esperienza del carcere – un carcere maschile, perché sui documenti è ancora registrata come un uomo – a ribadire l’assurdità di una logica dualistica che contrappone il maschile al femminile: «Lì [in carcere] io abito in un ambiente dove un transessuale che più femmina che è ma chiamano sempre al maschile». La società con cui si scontra Fernanda sembra ancora incapace di concepire una differenza che sia al di là dell’opposizione del maschile e del feminile e di comprendere «il problema che accade ai confronti di queste persone che sarebbe le persone del terzo sesso, o persone del terzo, diciamo, mondo».

È qui che entra in gioco la funzione terapeutica della scrittura: l’unica risposta all’esigenza di proporre un’ironica auto-rappresentazione, che – proprio a partire dalle continue conferme e disconferme della sua identità, dagli sguardi, dai comportamenti e dalle parole dei suoi interlocutori – sveli i paradossi che si celano dietro alla violenza definitoria degli altri. Ed è stata forse proprio l’ironia di Fernanda, nel descrivere i «vizi» dei suoi clienti e i giudizi contraddittori con cui quotidianamente si scontra, a farmi pensare all’immagine del cyborg, che Haraway definisce come «un’ironico mito politico», una strategia retorica per costruire «una via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti». L’ironia dunque come una strategia politica radicale, che ci consente di uscire dall’illusione di una visione unilaterale di noi stessi e del mondo, per guardare da entrambe le prospettive a un tempo, mostrando sia il dominio, sia le inimmaginabili possibilità dell’altra posizione.

Se i nostri corpi sono mappe del potere e dell’identità – come Haraway sostiene – allora il corpo cyborg non fa eccezione, non cerca un’identità unitaria e quindi non genera quegli antagonistici dualismi che sono da sempre la chiave del pensiero occidentale: «considera più seriamente l’aspetto parziale, a volte fluido, del sesso e dell’abitare sessualmente il corpo». Ecco perché il «soggetto cyber» ha suscitato un tale interesse nel femminismo contemporaneo: perché rappresenta la figurazione più appropriata per tutte quelle identità sessuali minoritarie e trasgressive, che cercano una via d’uscita dal «binomio etero/omo-sessualità». Il mondo cyborg coincide allora con l’utopia di un mondo senza il genere, che non teme identità parziali, in transito, e nemmeno punti di vista contraddittori: perché non aspira a costruire una teoria totale e totalizzante, ma si limita a sperimentare la continua costruzione e decostruzione dei confini.

Non so se Fernanda si sarebbe riconosciuta in questo mito postmoderno frutto dell’immaginazione di «una femminista invasata» – come ironicamente Haraway si autodefinisce – e non credo nemmeno che scrivendo, l’autrice del Manifesto Cyborg avesse in mente l’(auto)biografia cruda e violenta di una trans brasiliana immigrata in Italia. Ma questo non importa. Personalmente vedo in Princesa il racconto di un corpo bloccato sul confine tra un’identità sessuale e l’altra: paradossalmente questo si traduce sia in infinite possibilità, sia nell’angoscia profonda dell’esclusione; la protagonista si scontra infatti con una norma che la svaluta mentre allo stesso tempo fa di lei l’oggetto del desiderio. Mentre leggo in Donna Haraway la capacità di riconoscere il potenziale liberatorio delle tecnologie, pur mantenendo sempre una profonda consapevolezza dei paradossi, delle ineguaglianze e delle forme di sfruttamento, in una parola delle ingiustizie che l’«informatica del dominio» comporta.

Sulla base dell’affinità (=«parentela non per sangue ma per scelta», come insegna Haraway) che individuo in questi due testi così diversi, e della sensazione di complicità che essi suscitano in me, ho voluto proporre qui solo un’alleanza: «un’unità poetico/politica» basata non sull’identità, non su una logica di appropriazione e incorporazione, ma sulla necessità di proporre strategie oppositive efficaci contro le dominazioni di genere, sessualità, razza e classe, che rappresentano il nostro nemico comune.

Riferimenti bibliografici

de Albuquerque, Fernanda Farias, Maurizio Jannelli (1994), Princesa, Roma, Sensibili alle Foglie.

de Albuquerque, Fernanda Farias, Maurizio Jannelli (1994) La figura di una donna, «Caffè, per una letteratura multiculturale», n.1, Archivio dell’Immigrazione, Roma, pp.4-5.

Haraway, Donna J. (1995), Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Milano, Feltrinelli.

Ngana, Ndjock (1994), Prigione, in ÑindôNero, Anterem Edizioni Ricerca, Roma, pp. 134-35.

Portelli, Alessandro (2001), Le origini della letteratura afroitaliana e l’esempio afroamericano, in «L’ospite ingrato. Globalizzazione e identità. Annuario del Centro Studi Franco Fortini», Anno III, 2001, pp.69-86.

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