{"id":3356,"date":"2017-10-10T12:06:30","date_gmt":"2017-10-10T10:06:30","guid":{"rendered":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3356"},"modified":"2018-05-03T12:15:16","modified_gmt":"2018-05-03T10:15:16","slug":"la-citta-postcoloniale-di-gabriella-kuruvilla-plurilinguismo-e-multifocalita-nella-letteratura-italiana-contemporanea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3356","title":{"rendered":"La citt\u00e0 postcoloniale di Gabriella Kuruvilla"},"content":{"rendered":"<p>Sonia Sabelli,<strong> <em>La citt\u00e0 postcoloniale di Gabriella Kuruvilla: plurilinguismo e multifocalit\u00e0 nella letteratura italiana contemporanea<\/em><\/strong>, in Stefania De Lucia (a cura di), <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3343\"><em>Scrittrici Nomadi. Passare i confini tra lingue e culture<\/em><\/a>, Sapienza Universit\u00e0, Roma 2017, pp. 57-64<\/p>\n<ul>\n<li><strong><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2018\/05\/citta_postcoloniale_kuruvilla.pdf\">leggi\/scarica in pdf<\/a><\/strong><\/li>\n<\/ul>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-3362 alignright\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/9788842099581.jpg\" alt=\"\" width=\"107\" height=\"156\" \/>Nel romanzo di Gabriella Kuruvilla<em> Milano, fin qui tutto bene<\/em> (2012)<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>, la citt\u00e0 appare come un crocevia di persone che passano continuamente i confini tra lingue e culture. La narrazione \u2013 caratterizzata da una struttura multifocale e da un uso intenso del plurilinguismo \u2013 scaturisce da un fatto di cronaca: \u00e8 il 13 febbraio 2010 quando un trentenne dominicano accoltella un diciannovenne egiziano ed esplode la rivolta dei magrebini in via Padova. Milano \u00e8 attraversata da marce razziste e la risposta dell\u2019amministrazione locale si traduce in rastrellamenti, strade militarizzate, telecamere di sorveglianza, chiusura anticipata dei negozi. Nel dibattito pubblico si contrappongono le posizioni di chi legge la presenza migrante come una minaccia per la sicurezza urbana e di chi la interpreta come una possibilit\u00e0 per costruire nuovi modelli di convivenza interculturale. Il romanzo di Gabriella Kuruvilla e le foto di Silvia Azzari, che introducono ogni capitolo, si propongono di documentare le trasformazioni in corso nella citt\u00e0.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>La narrazione mette a fuoco un processo che i personaggi del romanzo definiscono \u201c<em>turnover <\/em>abitativo\u201d: le comunit\u00e0 migranti, infatti, sostituiscono l\u2019ondata di meridionali che si erano trasferiti al nord dopo la seconda guerra mondiale. L\u2019unica sensazione comune a tutti i gruppi sociali che abitano la citt\u00e0 \u00e8 un costante senso di spaesamento: gli italiani sono sempre fuori luogo mentre le persone migranti si sentono catapultate in una sorta di altrove. Il libro sembra una \u201c<em>lonely planet<\/em> dei poveri\u201d in cui Milano si rivela una citt\u00e0 postcoloniale non solo perch\u00e9 esibisce le tracce del passato coloniale, ma perch\u00e9 si configura come uno spazio sociale eterogeneo, in cui coesistono diverse lingue e culture, diversi modi di produzione e diversi regimi di lavoro, mentre i confini sono resi porosi dalla pressione dei movimenti migratori (cfr. Mezzadra 2008).<\/p>\n<p>I quattro capitoli in cui \u00e8 suddiviso il romanzo prendono il titolo dai nomi di vie e quartieri che sono caratterizzati da una consistente presenza delle comunit\u00e0 migranti: via Padova, viale Monza, Sarpi e Corvetto corrispondono rispettivamente alle voci dei quattro personaggi che li abitano, raccontandoli in prima persona.<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/via-padova-dsc_01783.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright wp-image-3363 size-thumbnail\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/via-padova-dsc_01783-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"100\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/via-padova-dsc_01783-300x201.jpg 300w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/via-padova-dsc_01783-768x514.jpg 768w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/via-padova-dsc_01783-1024x686.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a>Secondo Anita Patel, alias Paola Rossi, quarantenne mezza italiana e mezza indiana nata e cresciuta a Milano (come l\u2019autrice), via Padova \u00e8 \u201cUna via piena di immigrati, che ne vedi di tutti i colori\u201d (Kuruvilla 2012, p. 6); perci\u00f2 i negozianti espongono cartelli con scritte come \u201cOrgogliosi di essere napoletani\u201d o \u201cProdotti italiani, qualit\u00e0 italiana, professionalit\u00e0 italiana, personale italiano\u201d; evidentemente, per prendere le distanze dai negozianti stranieri (ivi, p. 21).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-3364\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"100\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza-300x199.jpg 300w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza-768x509.jpg 768w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza-1024x678.jpg 1024w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/preghier-viale-monza.jpg 1783w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a>Invece Samir, ex pusher e lavapiatti egiziano che abita in viale Monza, sostiene che \u201cDa questa zona, negli ultimi anni, gli italiani sono scappati in massa, vendendo o affittando, spesso a prezzi assurdi, i loro appartamenti, il pi\u00f9 delle volte fatiscenti, agli immigrati [\u2026] E quando incroci un italiano lo riconosci subito, perch\u00e9 sembra sempre fuori posto\u201d (ivi, p. 77).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/sarpi-sca1_279.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignright size-thumbnail wp-image-3366\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/sarpi-sca1_279-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"100\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/sarpi-sca1_279-300x201.jpg 300w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/sarpi-sca1_279-768x514.jpg 768w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/sarpi-sca1_279-1024x685.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a>La fotografa Stefania abita in via Paolo Sarpi, dove i cinesi hanno aperto negozi che sono allo stesso tempo abitazioni e laboratori. \u201cLa formula del tre per uno, quella dello spazio in cui vivi, produci e vendi\u201d secondo Stefania accomuna l\u2019esperienza dei lavoratori cinesi a quella di molti giovani artisti precari italiani; solo che lei nel suo loft ci vive da sola, mentre \u201ci cinesi, nel loro tre per uno che a volte \u00e8 anche un seminterrato, ci stanno in quanti ci riescono a stare\u201d (ivi, pp. 98-99).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/dsc_0139-corvetto.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft size-thumbnail wp-image-3365\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/dsc_0139-corvetto-150x150.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"100\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/dsc_0139-corvetto-300x201.jpg 300w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/dsc_0139-corvetto-768x514.jpg 768w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2017\/10\/dsc_0139-corvetto-1024x686.jpg 1024w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a>Infine, Tony, rasta figlio di emigranti napoletani, che imita i \u201cnigga\u201d e si crede un \u201cbadman\u201d, abita nel quartiere Corvetto, dove tunisini, marocchini ed eritrei hanno \u201cpericolosamente invaso\u201d il \u201cfeudo\u201d della droga che fin dai primi anni Settanta era nelle mani dei siciliani (ivi, p. 142).<\/p>\n<p>Lo sguardo dei personaggi mostra come gli spazi urbani stiano subendo una continua trasformazione nella loro destinazione d\u2019uso: ex fabbriche si sono trasformate in qualcos\u2019altro, un ex deposito dell\u2019Enel che era un centro sociale diventer\u00e0 un enorme parcheggio, un\u2019industria ferroviaria che dovrebbe essere un laboratorio di creativit\u00e0 per ora \u00e8 un teatro \u201cdove \u2013 osserva Stefania \u2013 il venerd\u00ec i musulmani pregano a turno, dandosi il cambio come gli operai che entrano ed escono dalle fabbriche\u201d (ivi, p. 118).<\/p>\n<p>Si vive all\u2019aperto, nelle strade, dove non esiste scissione tra spazio pubblico e privato, tra mio e nostro, ma i territori appaiono delimitati da rigide linee della classe e del colore: da una parte le periferie e i quartieri popolari, dove i migranti sostituiscono i meridionali, dall\u2019altra i locali del centro frequentati dalla borghesia progressista. Queste linee di confine producono forme di esclusione o ammettono solo inclusioni differenziali, ma nella metropoli globale nascono e si sviluppano anche inedite forme di vicinato.<\/p>\n<p>Ogni capitolo coincide con il monologo di un personaggio con uno specifico registro linguistico, in cui l\u2019italiano standard \u00e8 contaminato da altre lingue e dialetti. Ad esempio, l\u2019italiano di Anita \u00e8 appesantito dai detti popolari che immagina di ascoltare dalla voce della madre e dalle citazioni di poeti e filosofi. La lingua di Samir, invece, \u00e8 caratterizzata dall\u2019inserzione nell\u2019italiano di parole o frasi in arabo. Stefania alterna l\u2019italiano al milanese, cita versi di canzoni pop e fa largo uso di anglismi. Infine, la lingua di Tony rappresenta l\u2019esempio pi\u00f9 eclatante di contaminazione, perch\u00e9 mescola continuamente l\u2019italiano, il napoletano e il giamaicano (che a sua volta \u00e8 gi\u00e0 una versione \u201cdeformata\u201d dell\u2019inglese). Ogni registro linguistico rappresenta la complessit\u00e0 di un personaggio ma suggerisce anche una totale impossibilit\u00e0 di dialogo: ognuna\/o racconta una diversa versione della storia, dal proprio specifico punto di osservazione, senza mai entrare davvero in relazione con gli altri (cfr. Fracassa 2012, p. 86).<\/p>\n<p>I quattro capitoli corrispondono a differenti voci narranti che attraversano lo spazio della citt\u00e0 restituendone una fotografia, o meglio, dei fotogrammi che registrano le trasformazioni in atto nei diversi quartieri. Infatti, oltre che dalla fotografia, Kuruvilla prende spunto anche dal linguaggio cinematografico: come nel film <em>Babel<\/em> di Inarritu, i personaggi del romanzo entrano in relazione tra loro attraverso lo scambio di un oggetto, un letto a soppalco dell\u2019Ikea, che Tony regala ad Anita e Stefania acquista da Samir. \u00c8 un oggetto di arredamento tipico delle camere in affitto di precari e studenti fuorisede, che per\u00f2 allude anche allo sfruttamento della manodopera migrante nel mercato del lavoro (si pensi alle lotte dei lavoratori della logistica).<\/p>\n<p>A partire dalla definizione di \u201cfocalizzazione multipla\u201d introdotta da Gerard Genette, Ugo Fracassa ha individuato alcuni romanzi recenti che propongono \u201cun simile avvicendamento al microfono della narrazione romanzesca\u201d, tra i quali anche <em>Milano, fin qui tutto bene<\/em>. In questa proliferazione delle voci e dei punti di vista, Fracassa riconosce giustamente \u201cun\u2019intrinseca disponibilit\u00e0 a raccontare certe dinamiche sociali contemporanee\u201d; infatti, \u201cincardinare le proprie storie su indici a tenuta stagna\u201d consente di stabilire un\u2019analogia con \u201cla struttura dei sobborghi ghetto delle nostre metropoli multietniche\u201d (cfr. Fracassa 2013\/2014). Emerge cos\u00ec la critica di un modello socio-urbanistico che attribuisce ai soggetti una libert\u00e0 di azione solo all\u2019interno dei rigidi confini che sono stati loro assegnati.<\/p>\n<p>Anita si autodefinisce come una \u201cmeticcia\u201d perch\u00e9 trasgredisce le linee dell\u2019et\u00e0 e del colore. Samir unisce in s\u00e9 molte caratteristiche negative spesso attribuite ai musulmani: considera le donne come una propriet\u00e0 privata e ha un figlio che non conosce da una donna italiana, Laura. L\u2019unica milanese doc, Stefania, fotografando il quartiere cinese dopo la rivolta del 2007, sostiene che guardare gli altri, rappresentarli, \u00e8 un modo per evitare di guardare se stessa e rappresentarsi. Tony, il \u201cfinto rasta-gangsta\u201d che secondo Samir non sa nulla n\u00e9 di Rastafari n\u00e9 del ghetto, incarna lo stereotipo dell\u2019emigrante meridionale con una famiglia indolente e chiassosa, inoltre, come ogni vero \u201cbadman\u201d odia i \u201cbattyboy\u201d, cio\u00e8 \u201ci froci\u201d. Questi quattro personaggi rappresentano dei \u201ctipi\u201d le cui caratteristiche stereotipate sono spesso esasperate fino all\u2019eccesso, anche ai limiti del politicamente scorretto, ma nel romanzo non c\u2019\u00e8 mai un giudizio morale sui personaggi e sui loro stili di vita; semplicemente, dalla narrazione emergono sia le contraddizioni sia le potenzialit\u00e0 della metropoli globale.<\/p>\n<p>Kuruvilla \u00e8 molto abile nello smascherare una certa retorica buonista sul multiculturalismo, rendendo evidente la contrapposizione tra migranti e nativi, tra turisti e abitanti della citt\u00e0. Ad esempio, Samir critica gli italiani che viaggiano per conoscere altre culture, ma poi finiscono per rinchiudersi nei villaggi turistici, e gli intellettuali di sinistra che s\u2019interessano all\u2019esperienza degli immigrati con la curiosit\u00e0 degli entomologi; sostiene che la storia del suo viaggio in gommone fino a Lampedusa per lui \u00e8 stata un incubo, mentre per Laura dev\u2019essere sembrata una fiaba romantica; infine, non ne pu\u00f2 pi\u00f9 di sentir parlare d\u2019integrazione, anche perch\u00e9 ha conosciuto molti italiani che nel loro paese non sono per niente integrati. Tony, invece, ammette che \u201cgli immigrati della zona [\u2026] un po\u2019 ci assomigliano, e non \u00e8 che ci piaccia vederci riflessi nei loro specchi\u201d (Kuruvilla 2012, p. 156). Stefania racconta il suo incontro con una ristoratrice cinese che pronuncia una frase emblematica: \u201c\u2018<em>Noi<\/em> in Cina queste cose non le mangiamo, le facciamo solo per <em>voi<\/em> turisti\u2019. Stavo per dirle che in realt\u00e0 <em>noi<\/em> [gli italiani], qui a Milano, anche in Paolo Sarpi, siamo nativi, non turisti\u201d (ivi, p. 107, corsivo mio). Questo non detto suggerisce un interrogativo su chi sono gli abitanti della citt\u00e0: in altre parole, quand\u2019\u00e8 che una persona migrante ottiene finalmente il diritto a essere considerata una cittadina?<\/p>\n<p>Voglio concentrarmi ora su come Kuruvilla rappresenta le differenze di genere e le relazioni tra i suoi personaggi. Alcuni personaggi femminili, come Laura (che ha un figlio da Samir) e Gioia (amica di Stefania), sono schiave della dittatura dell\u2019aperitivo e dell\u2019<em>happy-hour<\/em>, costrette a essere sempre belle e sorridenti. Sembrano delle <em>Barbie<\/em>, come la donna americana, bianca e bionda che \u2013 in un omonimo racconto della stessa autrice \u2013 \u00e8 contrapposta alla protagonista, Mina, una donna indiana con la cittadinanza italiana; per l\u2019ex fidanzato affascinato dall\u2019India, quest\u2019ultima rappresenta la \u201csua succursale italiana, facilmente accessibile\u201d (Kuruvilla 2008, p. 11). Come nei precedenti racconti di Kuruvilla, anche in <em>Milano, fin qui tutto bene<\/em> emergono le differenze di classe e colore tra donne migranti e cittadine, accanto al processo di esotizzazione sub\u00ecto in particolare dalle donne indiane, specie da parte di quei borghesi progressisti italiani che hanno fatto dell\u2019India un bene di consumo (Romeo 2014, p. 216).<\/p>\n<p>Inoltre, Anita, la donna italo-indiana che narra il primo capitolo, passando davanti a un cinema porno, riflette sul fatto che l\u2019unica forma di comunicazione tra giovani immigrati e vecchi italiani \u00e8 costituita dalla prostituzione, ma poich\u00e9 lei non \u00e8 \u201cn\u00e9 vecchiabianca n\u00e9 giovanenera\u201d, rimane fuori dal gioco, cio\u00e8 dagli unici scambi possibili tra uomini e donne o tra persone diverse per et\u00e0, colore o classe sociale: scambi che si basano esclusivamente sul nesso sesso-denaro-potere.<\/p>\n<p>Tony \u00e8 il tipico macho omofobo e misogino, che pensa di dover tenere sotto controllo la sorella perch\u00e9 non si comporta \u201ccome una femmina\u201d. Mentre Pietro \u2013 il regista con la voce da donna in un corpo da uomo e col pallino di raccontare la Milano multietnica \u2013 si comporta come se fosse scontato che Samir, in quanto immigrato, debba accettare passivamente le sue attenzioni.<\/p>\n<p>Samir racconta che sua madre \u00e8 femminista e crede che le ragazze debbano decidere liberamente se indossare o meno il velo, contraddicendo lo stereotipo che vorrebbe le donne musulmane come vittime della costrizione patriarcale; poi per\u00f2 sostiene anche che Laura lo sta \u201caddomesticando\u201d e che lui non pu\u00f2 permettersi di avere bisogno di lei; sembra che abbia paura di innamorarsi e sentirsi sottomesso, perci\u00f2 la lascia proprio nel momento in cui lei rimane incinta. Laura e Samir si interrogano sulle relazioni tra uomini e donne, migranti e cittadini, concludendo che i musulmani sposano le italiane per vendicarsi del colonialismo, come se queste relazioni rappresentassero una sorta di risarcimento per le ingiustizie subite.<\/p>\n<p>Infine, Stefania sostiene che il mondo dei cinesi scorre accanto al suo ma senza alcuna possibilit\u00e0 d\u2019incontro: \u201cpercorriamo due rette parallele che non si incroceranno mai, se non all\u2019infinito. E laggi\u00f9, spesso, ci trovi una motivazione economica\u201d (Kuruvilla 2012, p. 116). L\u2019impressione che si ricava dalle voci dei personaggi\/narratori \u00e8 quella di una totale impossibilit\u00e0 di dialogo, come se le uniche relazioni possibili nella citt\u00e0 postcoloniale fossero solo relazioni mercificate \u2013 si pensi agli incontri per vendere il soppalco dell\u2019Ikea \u2013 o comunque relazioni fondate sul potere, sullo sfruttamento e sulla sopraffazione.<\/p>\n<p>Infine, rimane aperto un interrogativo sull\u2019efficacia della strategia narrativa messa in atto da Kuruvilla in questo romanzo. La proliferazione delle voci e dei punti di vista denota una particolare abilit\u00e0, da parte dell\u2019autrice, nel maneggiare la complessit\u00e0 dei registri linguistici e delle strutture narrative. Ma questa narrazione plurilingue e multifocale riesce davvero a mettere in discussione la presunta naturalit\u00e0 (e la normativit\u00e0) dei confini e dei nostri immaginari intorno al genere e all\u2019alterit\u00e0? Oppure una tale caratterizzazione dei personaggi rischia di irrigidirli in una rappresentazione essenzialista dell\u2019identit\u00e0?<\/p>\n<p>Provo a rispondere con Rosi Braidotti, che in <em>Soggetto nomade<\/em> propone la figurazione della poliglotta \u2013 una persona che attraversa i confini tra lingue e culture \u2013 come \u201cuna variante sul tema della coscienza critica nomade\u201d: la poliglotta \u00e8 una persona in transito tra le lingue, la cui condizione di simultanea appartenenza e non-appartenenza le consente di \u201cresistere alla tentazione di fissarsi in un\u2019unica concezione dell\u2019identit\u00e0 univoca e sovrana\u201d, e di \u201cguardare con sano scetticismo alle identit\u00e0 fissate una volta per tutte e alle lingue madri\u201d, (Braidotti 1995, pp. 12-19). Ovviamente, non tutte le persone poliglotte sono dotate automaticamente di una coscienza nomade; anche perch\u00e9 il nomadismo coincide con \u201cquel tipo di coscienza critica che si sottrae, non aderisce a formule del pensiero e del comportamento socialmente codificate. [\u2026] Lo stato nomade \u2013 precisa infatti Braidotti \u2013 pi\u00f9 che dall\u2019atto del viaggiare, \u00e8 definito dal ribaltamento delle convenzioni date\u201d (ivi, p. 8).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Ringrazio <em>Kespazio! per una ricerca queer e postcoloniale<\/em>, per aver organizzato la presentazione del romanzo, nel 2013 a Roma, durante la quale sono emersi alcuni degli spunti critici sviluppati in questo contributo.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p>Braidotti, R., <em>Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernit\u00e0<\/em>, Roma, Donzelli, 1995<\/p>\n<p>Fracassa, U., <em>Patria e lettere. Per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia<\/em>, Roma, Giulio Perrone, 2012<\/p>\n<p>Fracassa, U., <em>Globalizzazione all\u2019indice: modelli macrotestuali nella narrativa dell\u2019Italia multiculturale<\/em>, in \u201cNarrativa\u201d, n. 35-36, 2013\/2014, pp. 101-111<\/p>\n<p>Kuruvilla, G., <em>Barbie<\/em>, in Eadem, <em>\u00c8 la vita, dolcezza<\/em>, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2008, pp. 7-19<\/p>\n<p>Kuruvilla, G., <em>Milano, fin qui tutto bene<\/em>, Roma-Bari, Laterza, 2012<\/p>\n<p>Mezzadra, S., <em>La condizione postcoloniale. Storia e politica del presente globale<\/em>, Verona, Ombre Corte, 2008<\/p>\n<p>Romeo, C., <em>Evaporazioni. Costruzioni di razza e nerezza nella letteratura postcoloniale afroitaliana<\/em>, in <em>L\u2019Italia postcoloniale<\/em>, a cura di C. Lombardi Diop, C. Romeo, Milano, Le Monnier, 2014, pp. 207-222<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sonia Sabelli, La citt\u00e0 postcoloniale di Gabriella Kuruvilla: plurilinguismo e multifocalit\u00e0 nella letteratura italiana contemporanea, in Stefania De Lucia (a cura di), Scrittrici Nomadi. Passare i confini tra lingue e culture, Sapienza Universit\u00e0, Roma 2017, pp. 57-64 leggi\/scarica in pdf Nel romanzo di Gabriella Kuruvilla Milano, fin qui tutto bene (2012)[1], la citt\u00e0 appare come [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"author":2382,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[51,10,31],"tags":[553,556,555,554,17,488],"class_list":["post-3356","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-da-libri","category-in-libreria","category-scritti-da-me","tag-gabriella-kuruvilla","tag-letteratura-italiana","tag-multifocalita","tag-plurilinguismo","tag-postcoloniale","tag-scrittrici-nomadi"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3356","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/2382"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3356"}],"version-history":[{"count":12,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3356\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":3571,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/3356\/revisions\/3571"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3356"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3356"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3356"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}