{"id":3326,"date":"2015-05-23T12:01:22","date_gmt":"2015-05-23T10:01:22","guid":{"rendered":"http:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3326"},"modified":"2018-02-19T18:42:54","modified_gmt":"2018-02-19T17:42:54","slug":"chi-canta-linno-nazionale-tricolore-bandiere-pericolose","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3326","title":{"rendered":"Chi canta l&#8217;inno nazionale? Tricolore. Bandiere pericolose"},"content":{"rendered":"<div style=\"text-align: justify\">\u00ab<a href=\"http:\/\/www.rainews.it\/dl\/rainews\/media\/Bologna-la-manifestazione-nazionale-di-Rom-e-Sinti-025ee62a-f947-4982-bf27-e768f004ce0a.html\">Tricolore e inno nazionale<\/a> per la prima manifestazione nazionale di Rom e Sinti\u00bb, cos\u00ec recitava la gran parte dei titoli dei media che hanno reso conto della <a href=\"http:\/\/sinti-italiani.blogspot.it\/2015\/04\/manifestazione-del-16-maggio-2015.html\">manifestazione nazionale<\/a> antirazzista organizzata dalle associazioni dei Sinti italiani, che si \u00e8 svolta sabato 16 maggio a Bologna. Perch\u00e9 tanto interesse per la presenza del tricolore e dell&#8217;inno di Mameli? Perch\u00e9 \u00e8 significativo che un gruppo sociale che da sempre \u00e8 stato ecluso dai diritti di citadinanza scelga una simile colonna sonora? E quanto \u00e8 problematica questa scelta? In altre parole, chi ha il diritto di sventolare il tricolore o di cantare l&#8217;inno nazionale? Seppure in altro contesto (a partire dall&#8217;uso dei simboli della nazione da parte di figlie e figli di migranti), qualche tempo fa avevo provato a ragionare su interrogativi simili, con questo testo che ora ripropongo. Ringrazio le tre curatrici del volume e in particolare Vincenza Perilli, per i preziosi commenti e suggerimenti ricevuti durante la sua stesura.<\/div>\n<div><\/div>\n<h2 style=\"text-align: center\"><strong>Tricolore. Bandiere pericolose<\/strong><\/h2>\n<p style=\"text-align: center\"><em>di Sonia Sabelli<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">[in Sabrina Marchetti, Jamila M.H. Mascat, Vincenza Perilli (a cura di), <em><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=1985\">Femministe a parole<\/a>. Grovigli da districare<\/em>, Ediesse, Roma 2012, pp. 279-286]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il tricolore, in quanto emblema dell\u2019identit\u00e0 nazionale italiana, \u00e8 stato storicamente associato a una cultura nazionalista e patriottica, conservatrice, belligerante e tradizionalmente di destra. Nell\u2019Italia di oggi, invece, nonostante la crisi dello stato-nazione, sembra che esporre con orgoglio la bandiera tricolore sia divenuto un comportamento appropriato anche negli ambienti progressisti e di sinistra, generalmente associati a una prospettiva europeista, pacifista, internazionalista. Ma, spesso, chi mette in atto una tale affermazione dell\u2019italianit\u00e0 dimentica che l\u2019idea di nazione presuppone l\u2019esistenza di un ipotetico <em>noi<\/em> \u2013 fondato su una comunanza di tratti culturali presentati come naturali<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a> \u2013 da contrapporre a coloro che sono considerati <em>altri<\/em>, perch\u00e9 diversi, stranieri e, potenzialmente, anche nemici. Del resto la bandiera \u00e8 sempre stata uno dei simboli pi\u00f9 potenti ed efficaci della dominazione militare, coloniale e imperialista, come nel caso dell\u2019immagine seguente (fig. 1). E questa sarebbe gi\u00e0 una ragione sufficiente per essere sospettose di fronte ai recenti tentativi di riattivare il patriottismo e il nazionalismo, sia da destra che da sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/somalia_alzabandiera.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\" wp-image-3331 size-medium alignleft\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/somalia_alzabandiera-220x300.jpg\" alt=\"somalia_alzabandiera\" width=\"110\" height=\"150\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/somalia_alzabandiera-220x300.jpg 220w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/somalia_alzabandiera.jpg 663w\" sizes=\"auto, (max-width: 110px) 100vw, 110px\" \/><\/a>Secondo lo storico Alberto Mario Banti, che ha analizzato la costruzione del discorso nazional-patriottico in Italia dal Risorgimento al fascismo, dovremmo essere consapevoli che l\u2019uso di termini come patria e nazione porta con s\u00e9 una serie di valori che producono potenti effetti performativi, poich\u00e9 \u00abinducono a pensare la nazione come parentela, come discendenza di sangue, come memoria storica esclusiva e selettiva, come valorizzazione di narrazioni bellicistiche e maschiliste\u00bb (Banti, 2011, p. 208). Chi oggi si preoccupa di riaffermare l\u2019identit\u00e0 nazionale italiana finisce dunque per dimenticare che essa si fonda su una rigida linea del colore (cfr. <em>colore<\/em>), sulla distinzione binaria tra due diversi ruoli sessuali (maschio e femmina eterosessuali) e sull\u2019attribuzione della cittadinanza (cfr. <em>cittadinanza<\/em>) in base al diritto di sangue (che informa la legislazione sulla cittadinanza fin dal Regno d\u2019Italia). Il ritardo italiano nella produzione di una riflessione critica sul privilegio della bianchezza (cfr. <em>bianchezza<\/em>), sul nesso tra genere, eteronormativit\u00e0 e nazione, cos\u00ec come sul criterio familista\/parentale, continua a riprodurre gerarchie di potere e meccanismi di inclusione ed esclusione: \u00e8 in base a tali criteri selettivi, infatti, che le soggettivit\u00e0 che fanno parte delle minoranze (razziali, sessuali, linguistiche, religiose, ecc.) possono avere accesso all\u2019appartenenza nazionale e, dunque, alla piena cittadinanza, oppure possono essere considerate \u00abillegali\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nell\u2019ultimo decennio, e in particolare negli anni della presidenza Ciampi (1999-2006), abbiamo assistito al tentativo di rilanciare nel dibattito pubblico italiano il senso di appartenenza a una comunit\u00e0 nazionale, facendo ampio ricorso a termini ormai in disuso, come patria e nazione (Banti, 2011, pp. 205-206). Abbandonato dopo la seconda guerra mondiale a causa del nesso tra ideologia nazional-patriottica e nazi-fascismo, il dibattito sull\u2019identit\u00e0 nazionale \u00e8 riemerso prepotentemente in risposta alla minaccia secessionista rappresentata dalla Lega Nord (ivi). Cos\u00ec \u2013 paradossalmente \u2013 esporre il tricolore e cantare l\u2019inno nazionale sono oggi comportamenti diffusi non solo tra i politici e l\u2019elettorato democratico di centro-sinistra ma, in alcuni casi, anche tra i figli di immigrati (cfr. <em>generazioni migranti<\/em>) che reclamano l\u2019accesso ai diritti di cittadinanza (fig. 2).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/g2_tricolore.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-3332 size-medium\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/g2_tricolore-300x198.jpg\" alt=\"g2_tricolore\" width=\"150\" height=\"99\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/g2_tricolore-300x198.jpg 300w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/g2_tricolore.jpg 600w\" sizes=\"auto, (max-width: 150px) 100vw, 150px\" \/><\/a>In un recente dialogo Judith Butler e Gayatri C. Spivak analizzano l\u2019atto, da parte degli immigrati illegali provenienti da Messico e centro-America, di cantare l\u2019inno nazionale degli Stati Uniti in spagnolo (Butler e Spivak, [2007] 2009). Per Butler quest\u2019atto rappresenta gi\u00e0 una contraddizione performativa, perch\u00e9 introduce il problema della pluralit\u00e0 della nazione: del \u00abnoi\u00bb (chi pu\u00f2 essere incluso in questo noi?) e del \u00abnostro\u00bb (a chi appartiene questo inno nazionale?). Ma quest\u2019atto \u00e8 ancora un\u2019espressione di nazionalismo, verso cui mostrare sospetto, oppure coincide con l\u2019esercizio di un diritto postnazionale? Butler pone la domanda senza dare una risposta definitiva, suggerendo per\u00f2 che, se consideriamo il cantare come un atto collettivo e come un discorso in traduzione, allora esso annuncia lo scarto tra l\u2019esercizio di una libert\u00e0 e di un\u2019eguaglianza che non sono ancora compiute e la loro realizzazione (ibid., pp. 60-65). Secondo Spivak, invece, quest\u2019atto non contribuisce automaticamente a disfare il nazionalismo, poich\u00e9 rivendica l\u2019utopia dell\u2019appartenenza allo stato capitalista, senza opporsi al \u00abcapitalismo senza regole\u00bb (ibid., p. 69).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Provando a tradurre questo dialogo nel contesto italiano, ci si potrebbe interrogare sull\u2019uso del tricolore da parte dei giovani appartenenti alla rete G2 &#8211; Seconde Generazioni (fig. 2) o sulla loro partecipazione alle celebrazioni per il 150\u00b0 anniversario dell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia<a href=\"#_ftn2\" name=\"_ftnref2\">[2]<\/a><strong>.<\/strong> In questa occasione, i <em>Termini Underground<\/em>, una <em>crew<\/em> romana composta da giovani figli di immigrati, hanno cantato una versione rap dell\u2019inno nazionale italiano, intitolata <em>Fratelli IN Italia<\/em>. Ma esporre il tricolore o cantare l\u2019inno di Mameli per i figli di immigrati \u00e8 gi\u00e0 un atto performativo? o \u00e8 solo una strategia di affermazione identitaria in chiave nazionalista? E, soprattutto, quali strategie sono oggi possibili per disfare la connessione tra sangue e cittadinanza? tra bianchezza e italianit\u00e0? tra genere e nazione?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Appropriarsi dei simboli della nazione (il tricolore e l\u2019inno nazionale) e affermare la propria italianit\u00e0, in uno stato che li ha disciplinati come \u00abstranieri nella propria nazione\u00bb<a href=\"#_ftn3\" name=\"_ftnref3\">[3]<\/a>, \u00e8 senza dubbio un gesto che fa emergere una contraddizione performativa, contribuendo a espandere i confini della nazione. Ma, anche se riesce a unire tutti sotto la stessa bandiera, lo stato pu\u00f2 pure dividere, perch\u00e9 detiene il potere di sfruttare, rinchiudere ed espellere. Dunque \u2013 come auspicato da Spivak (ivi) \u2013 l\u2019atto di esplicitare la contraddizione dovrebbe andare di pari passo con la necessit\u00e0 di esaminare criticamente l\u2019appartenenza allo stato capitalista. Si tratta di decostruire la stessa idea di nazione, ad esempio \u00abspostando la prospettiva del dibattito pubblico sulla costruzione dei migranti e l\u2019integrazione: dal paradigma dell\u2019accettazione\/rifiuto dell\u2019Altro al paradigma dell\u2019\u2018Altro in Noi\u2019 e del \u2018S\u00e9 nell\u2019Altro\u2019\u00bb (Berrocal, 2010, p.69). Una prospettiva che consentirebbe quindi di \u00abconfondere il divario tra il S\u00e9 e l\u2019Altro\u00bb e di \u00abri-costruire il \u2018volto pubblico\u2019 della Nazione in una direzione anti-nazionalista\u00bb (ivi).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La nozione di identit\u00e0 italiana \u00e8 una nozione tuttora controversa, molteplice e in continuo mutamento, costruita sulla base della negazione del contrasto insoluto tra la tendenza a una presunta omogeneit\u00e0 culturale e la presenza di forti spinte centrifughe: frammentazione e regionalismi; un processo di unificazione basato sulla colonizzazione del meridione da parte del Nord industrializzato; il tentativo di reincarnare la retorica del potere imperiale attraverso un secolo di avventure coloniali; fino all\u2019attuale adesione a un modello di integrazione europea basato ancora una volta su un\u2019ideologia dell\u2019esclusione, implicita ad esempio nell\u2019uso del termine \u00abextracomunitario\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma, come sostiene Butler, \u00abper produrre la nazione che serve da base allo stato-nazione, bisogna purificare la nazione dalla sua eterogeneit\u00e0\u00bb (Butler e Spivak, [2007] 2009, p. 46). Dunque il discorso nazionalista tende a occultare le differenze interne, in nome di una presunta omogeneit\u00e0 culturale, per rafforzare invece le differenze tra <em>noi<\/em> e <em>loro<\/em>: quelle che permettono di fissare i confini geopolitici e simbolici che \u00abidealmente connotano, isolano e proteggono i membri della comunit\u00e0\u00bb (Banti, 2005, p. 200). Nel corso della storia, ad esempio, tedeschi e austriaci sono stati rappresentati come invasori, violenti, selvaggi, stupratori, come una minaccia per l\u2019integrit\u00e0 della comunit\u00e0 e l\u2019onore della nazione. Tutti attributi che in passato sono stati usati anche per designare i popoli colonizzati e che oggi si riattivano sugli immigrati presenti sul territorio italiano. E allora, invece di aspirare a una pretesa omogeneit\u00e0 culturale ancora tutta da verificare, sarebbe forse pi\u00f9 produttivo analizzare la costruzione dell\u2019identit\u00e0 nazionale italiana tenendo conto delle differenze che attraversano la sua storia e che si articolano intorno ai confini di genere, classe, sangue e colore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In particolare, la costruzione della razza (cfr. <em>razza<\/em>) nella storia italiana dovrebbe essere analizzata a partire dall\u2019incontro\/scontro con gli \u00abaltri\u00bb e tenendo conto delle continuit\u00e0 tra le diverse fasi dei flussi migratori \u2013 dall\u2019emigrazione di massa nel periodo postunitario (Guglielmo e Salerno, 2006), passando per le migrazioni interne da sud a nord (Teti, 1993), fino all\u2019immigrazione contemporanea (Romeo, 2006) \u2013 senza dimenticare il passato coloniale e, in particolare, le politiche razziali e sessuali attuate durante l\u2019impero (Poidimani, 2009). Un elemento di continuit\u00e0 \u00e8 sicuramente l\u2019identificazione tra la bianchezza, considerata come assenza di colore, e l\u2019italianit\u00e0, che rende automaticamente la nerezza (cfr. <em>nero<\/em>) un sinonimo di esclusione, come negli insulti razzisti rivolti a Mario Balotelli dai tifosi di calcio \u2013 \u00abnon esistono negri italiani\u00bb \u2013 in cui risuona il vecchio slogan degli <em>skinheads<\/em> inglesi (Gilroy, 1991).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In realt\u00e0 le storie emblematiche di Giorgio Marincola, il partigiano italo-somalo che combatteva \u00absenza bandiera\u00bb<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>, e di Leone Jacovacci, il pugile \u00abnero di Roma\u00bb, dimostrano che le cose non stanno proprio cos\u00ec (Costa e Teodonio, 2008; Valeri, 2008). Un fenomeno ancora tutto da indagare \u00e8 proprio il nesso tra lo sport e la retorica dell\u2019identit\u00e0 nazionale: il caso di Balotelli \u00e8 divenuto infatti un \u00abesempio di integrazione\u00bb (cfr. <em>integrazione<\/em>) per chi si propone di \u00abridefinire le geometrie dell\u2019inclusione e dell\u2019esclusione dalla cittadinanza sulla base dell\u2019adesione ai presunti ideali di un progetto nazionalistico, in una nuova chiave patriottica di rivendicazione dell\u2019\u2018identit\u00e0\u2019 italiana\u00bb (D\u2019Ottavio, 2010, p. 176). Decisamente pi\u00f9 problematica \u00e8 la realt\u00e0 quotidiana degli italiani e delle italiane nere, con o senza cittadinanza formale, che spesso subiscono forme di discriminazione in base al colore della pelle, ma che allo stesso tempo contribuiscono attivamente a decostruire la bianchezza e a disfare l\u2019idea dell\u2019identit\u00e0 nazionale italiana come monoculturale e monocolore (Khouma, 2010).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un ruolo simbolico determinante nei discorsi nazionalisti e razzisti \u00e8 affidato, in particolare, alle donne, rappresentate come emblemi dello stato nazionale: \u00abcome madri e mogli chiamate letteralmente a riprodurre la nazione\u00bb (Loomba, 1998, pp. 210-11; cfr. <em>madre patrie<\/em>). Il corpo delle donne incarna infatti l\u2019onore della nazione ed \u00e8 spesso al centro dei processi di inclusione ed esclusione prodotti dal nazionalismo e dal razzismo (Lutz <em>et al<\/em>., 1995, pp. 9-10). La questione della protezione\/violazione del corpo delle donne \u00e8 un concetto chiave nel discorso nazional-patriottico, proprio a causa della connessione tra razza, nazione e riproduzione. Stupisce dunque che nelle recenti celebrazioni del centocinquantenario dell\u2019unit\u00e0 d\u2019Italia si sia fatto largo uso di <em>topoi<\/em> che ripropongono il corpo delle donne come madri della nazione. Ad esempio, per la manifestazione dell\u20198 marzo 2011, il movimento <em>SeNonOraQuando<\/em> ha adottato lo slogan \u00abrimettiamo al mondo l\u2019Italia\u00bb, senza una riflessione critica sulle relazioni di potere implicite nella possibilit\u00e0 di <em>riprodurre<\/em>, letteralmente o metaforicamente, la nazione. Un altro esempio \u00e8 il manifesto esposto il 17 marzo a Roma davanti alla sede dell\u2019Upter (fig. 3): come \u00e8 stato giustamente rilevato, in questa immagine la donna incinta vestita del tricolore <em>incarna<\/em> la nazione e rappresenta il presupposto biologico di una comunit\u00e0 di fratelli con caratteristiche razziali definite e omogenee, che \u00abdanno corpo a gerarchie, poteri e competenze\u00bb (Gissi, 2010, p. 227).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/upter_150esimo_2.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignleft wp-image-3333 size-medium\" src=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/upter_150esimo_2-112x300.jpg\" alt=\"upter_150esimo_2\" width=\"112\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/upter_150esimo_2-112x300.jpg 112w, https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2015\/05\/upter_150esimo_2.jpg 177w\" sizes=\"auto, (max-width: 112px) 100vw, 112px\" \/><\/a>Le donne sperimentano infatti in maniera specifica il processo di identificazione con la nazione o con la comunit\u00e0 di appartenenza, a partire dall\u2019intersezione tra genere, razza, classe (cfr. <em>intersezionalit\u00e0<\/em>). Ad esempio, il corpo delle \u00abnostre\u00bb donne (cio\u00e8 italiane, bianche e cittadine) \u2013 a cui il fascismo affidava la riproduzione della razza e dell\u2019impero \u2013 \u00e8 considerato ancora oggi come un corpo che deve essere protetto dall\u2019attacco dello \u00abstraniero stupratore\u00bb, mentre il corpo delle donne \u00abaltre\u00bb (ieri colonizzate, oggi immigrate) \u00e8 un corpo che <em>pu\u00f2<\/em> essere violato. Anzi, i casi di femminicidio verificatisi recentemente nell\u2019ambito della comunit\u00e0 islamica italiana sono serviti a riconfermare la presunta superiorit\u00e0 della cultura nazionale, rafforzando \u00ablo stereotipo della \u2018povera donna musulmana\u2019 sbandierato con successo dai propugnatori della presunta inferiorit\u00e0 della civilt\u00e0 islamica, della incomparabilit\u00e0 tra \u2018noi\u2019 e \u2018loro\u2019 e dello \u2018scontro di civilt\u00e0\u2019\u00bb (Vanzan, 2010, p. 86). Se, da una parte, il discorso leghista e nazionalista si \u00e8 concentrato sulla difesa delle radici cristiane dell\u2019Europa per giustificare la propaganda anti-islamica, dall\u2019altra, il presunto riconoscimento dei diritti delle donne e di lesbiche, gay e transessuali \u00e8 stato usato sistematicamente come un tratto distintivo della superiorit\u00e0 della cultura occidentale e italiana (cfr. <em>omonazionalismo<\/em>). In entrambi i casi, il genere e la sessualit\u00e0 sono stati usati strategicamente per giustificare le politiche xenofobe e per rafforzare le retoriche identitarie<a href=\"#_ftn5\" name=\"_ftnref5\">[5]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come si \u00e8 visto, il tricolore \u00e8 un segno \u00abambivalente\u00bb (Wu Ming 1, 2011) che, a seconda del posizionamento specifico del soggetto che lo sventola, pu\u00f2 essere letto come un sinonimo di esclusione o di inclusione. Ma qual \u00e8 il prezzo di questa inclusione? Ai figli dei migranti che esibiscono la bandiera per affermare i propri diritti di cittadinanza, si chiede di aderire incondizionatamente ai valori della nazione, ad esempio chiudendo gli occhi sul trattamento riservato a chi continua a essere considerato straniero. Cos\u00ec, \u00abitaliano nero\u00bb smette di essere un ossimoro solo se si riferisce a un atleta che contribuisce a rinvigorire il mito della squadra nazionale con i suoi traguardi. Mentre le donne che annunciano l\u2019intenzione di riprendersi il Risorgimento e rimettere al mondo l\u2019Italia possono reclamare il proprio ruolo nella societ\u00e0 solo correndo il rischio di riprodurre il ruolo tradizionale della madre, come garante dell\u2019ordine eteropatriarcale. Dunque, anche se recentemente il tricolore \u00e8 stato riempito di nuovi significati \u2013 che lo rendono meno selettivo e pi\u00f9 inclusivo rispetto ai confini di genere, classe e razza \u2013 \u00e8 necessario esplicitare queste ambiguit\u00e0 ed essere consapevoli dei rischi che si corrono nel maneggiarlo, per evitare di riattivare i valori deteriori di cui \u00e8 portatore e per decostruire le gerarchie di potere che contribuisce a riprodurre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Note<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> Come sottolinea Angela D\u2019Ottavio, \u00ab<em>Naturalizzazione<\/em> \u00e8 il termine giuridico che indica il processo attraverso cui lo Stato concede la cittadinanza a persone straniere\u00bb (D\u2019Ottavio, 2010, p. 170). Ma gi\u00e0 il discorso risorgimentale aveva proiettato la nazione dalla dimensione del politico a quella naturale, presentandola come una comunit\u00e0 di parentela e discendenza: come un fatto biologico che dipende da un legame di sangue (Banti, 2010, p. 15).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Il 16 marzo 2011 l\u2019associazione G2 ha partecipato a un evento dal titolo <em>Promessi Sposi d\u2019Italia, questa cittadinanza s\u2019ha da fare!<\/em>, finalizzato a \u00ab<em>celebrare il sentimento di unit\u00e0 del nostro Paese e sensibilizzare le Istituzioni sulla necessit\u00e0 di rivedere le norme sulla concessione della cittadinanza\u00bb,<\/em> nel corso del quale ragazzi e ragazze di diversa origine e provenienza, nati o cresciuti in Italia, si sono alternati nella lettura di brevi frammenti del romanzo manzoniano, \u00abche pi\u00f9 d\u2019ogni altro ha contribuito a formare la nostra identit\u00e0 nazionale\u00bb, offrendo anche testimonianze personali su cosa significhi \u00abcrescere in Italia, sentirsi italiani per poi scoprire di non esserlo formalmente\u00bb. Cfr. <a href=\"http:\/\/www.secondegenerazioni.it\">http:\/\/www.secondegenerazioni.it<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Cfr. Berrocal, 2010. <em>Straniero nella mia nazione<\/em> \u00e8 anche il titolo di un brano di Amir Issaa, rapper italo-egiziano di Tor Pignattara, che la casa discografica Virgin ha commercializzato centrando la propria strategia di marketing sul suo essere figlio di immigrati. Per rispondere a questo tentativo di mercificare la sua etnicit\u00e0, Amir ha poi inciso il brano <em>Non sono un immigrato<\/em>. Cfr. Amir, <em>Uomo di prestigio<\/em>, Virgin 2006; <em>Paura di nessuno<\/em>, Prestigio Records 2008.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> A proposito di un articolo pubblicato nel 2009 sul magazine <em>FareFuturo<\/em> (che si pu\u00f2 leggere qui: <a href=\"http:\/\/www.razzapartigiana.it\/?p=392\">http:\/\/www.razzapartigiana.it\/?p=392<\/a>), Wu Ming 2 commenta (sul blog <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=1336\">http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=1336<\/a>): \u00abSi vuole presentare Giorgio Marincola come modello di \u2018negro ben integrato\u2019, talmente integrato da combattere il fascismo \u2018in quanto giovane italiano\u2019. Al contrario, la sua resistenza non nasce dal senso, o dalla volont\u00e0, di appartenere a una Patria, ma da motivazioni ideali,<em> senza bandiera<\/em>, unite al suo essere discriminato per legge\u00bb (corsivo mio).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"#_ftnref5\" name=\"_ftn5\">[5]<\/a> Questi temi sono stati al centro del convegno transnazionale <em>Fuori e dentro le democrazie sessuali<\/em>, organizzato da <em>Facciamo Breccia<\/em> e svoltosi a Roma il 28 e 29 maggio 2011.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Banti, Alberto Mario (2005), \u00ab<a href=\"http:\/\/www.sissco.it\/download\/pubblicazioni\/confini_banti.pdf\">Corpi e confini nell\u2019immaginario nazional-patriottico ottocentesco<\/a>\u00bb, in Silvia Salvatici (a cura di), <em>Confini. Costruzioni, attraversamenti, rappresentazioni<\/em>, Rubbettino, Soveria Mannelli (Catanzaro), pp. 199-218.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Banti, Alberto Mario (2011), <em>Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo<\/em>, Laterza, Bari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Berrocal, Emilio Giacomo (2010), \u00ab<a href=\"http:\/\/www.gla.ac.uk\/media\/media_165457_en.pdf\">Building Italian-ness through the Logic of the \u2018Other in Us\u2019 and the \u2018Self in the Other\u2019<\/a>: An Anti-nationalist Approach to the Italian Debate on a New Citizenship Law\u00bb, <em>Bulletin of Italian Politics<\/em>, Vol. 2, No. 1, pp. 69-90.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Butler, Judith, Gayatri Chakravorty Spivak (2007), <em>Who Sings the Nation-State? language, politics, belonging<\/em>, Seagull, London. Trad. it. <em>Che fine ha fatto lo stato-nazione?<\/em>, Meltemi, Roma 2009.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Costa, Carlo, Lorenzo Teodonio (2008), <em>Razza partigiana. Storia di Giorgio Marincola (1923-1945)<\/em>, Iacobelli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">D\u2019Ottavio, Angela (2010), <em>Balotelli e il mito della nazionale di calcio<\/em>, in Pierluigi Cervelli, Leonardo Romei e Franciscu Sedda (a cura di), <em>Mitologie dello Sport. <\/em><em>40 saggi brevi<\/em>, Nuova Cultura, Roma, pp. 170-176.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gilroy, Paul (1991), <em>\u2018There Ain\u2019t no Black in the Union Jack\u2019: The Cultural Politics of Race and Nation, <\/em>The University of Chicago Press.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gissi, Alessandra (2010), \u00abIl corpo della nazione in festa. Alcune considerazioni su genere e comunicazione in occasione dei 150 anni dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia\u00bb, <em>Genesis<\/em>, IX\/2, 2010, pp. 221-228.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Guglielmo Jennifer, Salvatore Salerno (eds.) (2003), <em>Are Italians White? How Race is Made in America<\/em>, Routledge, London. Trad. it. <em>Gli italiani sono bianchi? Come l\u2019America ha costruito la razza<\/em>, il Saggiatore, Milano, 2006.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Khouma, Pap (2010), <em>Noi italiani neri. Storie di ordinario razzismo<\/em>, Baldini Castoldi Dalai, Milano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Loomba, Ania (1998), <em>Colonialism\/Postcolonialism<\/em>, Routledge, London. Trad. it. <em>Colonialismo\/Postcolonialismo<\/em>, Meltemi, Roma 2006.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lutz, Helma, Ann Phoenix, Nira Yuval-Davis (1995), <em>Crossfires. Nationalism, Racism and Gender in Europe<\/em>, Pluto, London.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Poidimani, Nicoletta (2009), <em><a href=\"http:\/\/www.nicolettapoidimani.it\/wp-content\/uploads\/2013\/06\/5_difendere_la_razza.pdf\">Difendere la \u2018razza\u2019<\/a>. Identit\u00e0 razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini<\/em>, Sensibili alle foglie, Roma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Romeo, Caterina (2006), \u00abIl colore bianco. La costruzione della razza in Italia e la sua rappresentazione nella letteratura di scrittrici migranti e postmigranti\u00bb, in Anna Frabetti, Walter Zidaric (a cura di), <em>L\u2019italiano lingua di migrazione. Verso l\u2019affermazione di una cultura transnazionale agli inizi del XXI secolo<\/em>, CRINI, Nantes, pp. 79-88.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Teti, Vito (1993), <em>La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale<\/em>, Manifestolibri, Roma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Valeri, Mauro (2008), <em>Nero di Roma. Storia di Leone Jacovacci l\u2019invincibile mulatto italico<\/em>, Palombi, Roma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vanzan, Anna (2010), \u00ab(Dis)onore e migrazione. In margine ai delitti d\u2019onore nella comunit\u00e0 islamica italiana\u00bb, <em>Genesis<\/em>, IX\/2, 2010, pp. 75-93.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Wu Ming 1 (2011), <em>Patria e morte. L\u2019italianit\u00e0 dai Carbonari a Benigni<\/em>, intervento presentato alla Biblioteca comunale di Rastignano (Bologna) il 17 marzo 2011. Disponibile su <a href=\"http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3496\">http:\/\/www.wumingfoundation.com\/giap\/?p=3496<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abTricolore e inno nazionale per la prima manifestazione nazionale di Rom e Sinti\u00bb, cos\u00ec recitava la gran parte dei titoli dei media che hanno reso conto della manifestazione nazionale antirazzista organizzata dalle associazioni dei Sinti italiani, che si \u00e8 svolta sabato 16 maggio a Bologna. 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