{"id":3255,"date":"2015-03-10T15:36:36","date_gmt":"2015-03-10T14:36:36","guid":{"rendered":"http:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3255"},"modified":"2015-03-10T15:55:59","modified_gmt":"2015-03-10T14:55:59","slug":"je-suis-charlie-ma-non-su-palestina-israele","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3255","title":{"rendered":"Je suis Charlie&#8230; ma non su Palestina-Israele"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Una interessante riflessione di <a href=\"http:\/\/www.soas.ac.uk\/staff\/staff61034.php\">Ruba Salih<\/a> sull&#8217;incontro dal titolo <a href=\"http:\/\/www.assopacepalestina.org\/2015\/02\/europa-e-medio-oriente-oltre-gli-identitarismi-dialoghi-con-ilan-pappe\/\"><em>Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi. Dialoghi con Ilan Papp\u00e9<\/em><\/a>, che si sarebbe dovuto tenere il 16 febbraio scorso all&#8217;universit\u00e0 di Roma Tre, ma all&#8217;ultimo momento il rettore ha <a href=\"http:\/\/www.ondarossa.info\/node\/16503\/Universit%C3%A0%20di%20Roma%203%20sotto%20le%20pressione%20della%20comunit%C3%A0%20ebraica%20annulla%20l%27iniziativa%20sulla%20Palestina\">revocato la concessione della sala<\/a>. In seguito a questo episodio, che costituisce un evidente esercizio di censura, \u00e8 stato redatto un appello per la libert\u00e0 accademica che si pu\u00f2 leggere e sottoscrivere <a href=\"https:\/\/callforacademicfreedom.wordpress.com\/la-lettera\/\">qui<\/a>.<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>\u201c<em>Je suis Charlie<\/em>\u201d&#8230; ma non su Palestina-Israele<br \/>\nIn difesa della liberta\u2019 accademica tra censure, cesure e dissenso<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ruba Salih<br \/>\nSchool of Oriental and African Studies, University of London<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Roma, 16 Febbraio 2016<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qualche mese fa venne pubblicata una storia abbastanza inusuale sulla rivista Yedioth Hakibbutz, la rivista del kibbutz Degania. La prima pagina recitava: \u201cAbbiamo espulso, bomardato e ucciso\u201d. Il titolo richiamava una intervista di tre pagine contenuta all\u2019interno della rivista con l\u2019ex combattente dell\u2019 allora Palmach, e residente del Kibbutz, Mr Kahanovich, nella quale appunto quest\u2019ultimo raccontava dalla Guerra del 1948 e confessava il suo ruolo e la sua partecipazione alla espulsione e uccisione di civili palestinesi durante gli eventi.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Qualche mese prima, Kahanovich fu intervistato come parte di un progetto portato avanti dalla organizzazione no-profit e pacifista Zochorot (ricordare), una associazione culturale che in Israele si propone di ricordare gli avvenimenti della Nakba dai punti di vista sia israeliano che palestinese. La testimonianza di Kahanovich attiro\u2019 appunto l\u2019attenzione dei redattori della rivista del Kibbutz.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La testimoniaza di Kahavonich, ovviamente, tocca uno degli eventi piu\u2019 duri della Guerra del 1948: l\u2019uccisione a sangue freddo di civili palestinesi che scappavano e cercavano rifugio dai combattimenti all\u2019interno della moschea di Lod.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Kahanovich racconto\u2019 che gli era stato ordinato di uccidere qualunque palestinese avesse tentato di fuggire dalla processione di rifugiati che marciavano fuori dai loro villaggi nel tentativo di tornare alla propria casa o villaggio. Anche se in alcuni tratti dell\u2019intervista Kahanovich mostra onesto rimorso, in altri brani spiega di non \u201cavere avuto scelta\u201d: \u201cFin dal principio l\u2019intenzione era di espellerli, questi erano gli ordini dei capi, Yigal Alon and Yitzhak Sadeh. Altre volte avevamo ordini di sparare ad uno o due civili, cosi\u2019 che gli altri potessero capire il messaggio e andarsene di propria volonta\u201d. \u201cBisogna capire\u2019, continua Kahanovich: \u201cSe non avessimo distrutto la casa dell\u2019Arabo, ci sarebbe stato per sempre un suo desiderio di ritorno. Se non c\u2019e piu\u2019 la tua casa, non c\u2019e\u2019 piu\u2019 il tuo villaggio, non c\u2019e luogo a cui volere e poter ritornare\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci sono varie ragioni per cui ho deciso di cominciare il mio breve intervento e dialogo con Ilan citando questa dura testimonianza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La prima, per sottolineare come nella sfera pubblica israeliana stiano trovando spazio testimonianze e racconti di protagonisti degli eventi del 1948 che sottolineano apertamente come l\u2019espulsione dei palestinesi non fosse stata il risultato accidentale degli eventi bellici, come sostengono alcuni storici israeliani, ma fosse parte di precisi ordini e disegni militari, come da lungo tempo denuncia Ilan Pappe\u2019 nei suoi numerosi lavori storiografici sulla pulizia etnica della Palestina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una seconda ragione ha a che vedere con il bisogno di riflettere e comprendere le ragioni per le quali in alcuni luoghi supposti liberali, che pongono la liberta\u2019 di pensiero, di informazione e di parola come sacra, il dibattito storiografico, o anche semplicemente tracce di testimonianze come quella di Kahanovich, sembrano divenire sempre piu\u2019 rari o, dove esistono o resistono, sono sotto continuo attacco. (<a href=\"http:\/\/www.informazionecorretta.com\/main.php?mediaId=&amp;sez=440&amp;id=57187\">Certamente il problema della censura rispetto a questa giornata di studi e riflessioni ne e\u2019 una triste prova<\/a>). Per quali ragioni il dibattito su alcuni temi e fatti, a partire dal 1948 fino ad arrivare alle piu\u2019 recenti guerre su Gaza, e\u2019 soggetto ad anacronistiche cesure, censure o autocensure?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vorrei proporre alcune sollecitazioni in tal senso, e complicare la classica, ancorche\u2019 non priva di verita\u2019, interpretazione per cui questi silenziamenti attorno alla natura del conflitto e alle sofferenze dei palestinesi siano da attribuire alla mera asimmetria di potere sul campo oggi. Credo che il silenziamento &#8211; e le retoriche che lo accompagnano nel tentativo di legittimarlo &#8211; ci parlino di qualcosa di piu\u2019 profondo, di una sorta di tabu\u2019 costitutivo, di una profonda incapacita\u2019 auto-riflessiva rispetto ai paradossi della storia moderna europea, e di cui il quasi centennale conflitto e la continua colonizzazione in Palestina e\u2019, a tutti gli effetti, un\u2019 estensione storica e politica. La paura e la censura nei confronti di chi, come Ilan Pappe\u2019, denuncia le responsabilita\u2019 israeliane ed, in particolare, la pulizia etnica che dal 48 fino ad oggi, sotto molteplici forme, e\u2019 stata portata avanti da Israele per svuotare la Palestina storica delle popolazioni native, ci parla di cesure verso le pagine piu\u2019 scure della storia europea e della sua modernita\u2019. Una modernita\u2019 che, come ci ricorda il sociologo Zygmunt Bauman nei suoi vari e fondamentali saggi, ha al contempo prodotto i diritti umani e il genocidio, ha portato ordine ed emancipazione al posto del chaos, ma al prezzo della rinuncia verso alcune liberta\u2019 fondamentali. Ha dato vita e liberta\u2019 ad alcuni a prezzo dell\u2019esclusione di altri. Liberta\u2019, empancipazione stato di diritto quindi di pari passo a colonialismo, genocidio, nazi-fascismo. Serve quindi una riflessione profonda sui legami tra silenziamenti e narrazioni, tra dicibile e indicibile, tra diritti ed esclusione, tra modernita\u2019 e colonialismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le cesure e censure in molti luoghi mainstream delle sfere pubbliche liberali, sulle responsabilita\u2019 e i torti di Israele e le sofferenze e i diritti negati ai palestinesi, possono essere letti come metafora della incapacita\u2019 di fare luce e superare le grandi ambivalenze della storia del 900, ambivalenze che riverberano non solo in Palestina, dove i governi israeliani continuano l\u2019 occupazione e la violenza in Cisgiordania e a Gaza pressoche\u2019 impunemente, ma anche negli eventi contemporanei in Europa: da Charlie Hebdo, all\u2019attacco di Copenhagen, dall\u2019 Islamophobia dilagante alle guerre neo-coloniali, oggi chiamate \u2018umanitarie\u2019, e che vengono auspicate come difesa dei principi liberali quando il \u2018chaos\u2019 arriva vicino o nasce dentro il cuore dell\u2019Europa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tornando alla citazione di Kahanovich, c\u2019e\u2019 un altra ragione per cui la ho scelta. Negli ultimi anni si viene sempre piu\u2019 naturalizzando un \u201cparadigma\u201d che fa eco ad un curioso fondamentalismo positivista per cui chi produce sapere critico su Israele e sulla questione palestinese viene tacciato di \u201cessere di parte\u201d, di avere un\u2019 agenda politica, di essere ancora peggio \u201cideologico\u201d, di usare le fonti e le testimonanze (se siamo antropologi) a fini politici e di propaganda e, se originario o legato a vario titolo a quelle terre, di essere cosi\u2019 emotivamente coinvolto da non essere in grado di produrre rappresentazioni \u201coggettive\u201d. In sostanza, di non sapere o volere operare una distinzione tra il personale e il politico, tra se\u2019 e il mondo che ci circonda e di cui siamo parte. Questo richiamo selettivo all\u2019oggettivita\u2019 e\u2019 tanto piu\u2019 grottesco in quanto ripropone criteri epistemologici di separazione tra soggettivita\u2019 e oggettivita\u2019 che si pensavano superati da decenni nelle scienze sociali ed umanistiche, dove le responsabilita\u2019 etiche, politiche e morali dell\u2019intellettuale non sono piu\u2019 concepite come in antitesi con il rigore scientifico del metodo e dei criteri delle discipline a cui ognuno di noi e\u2019 ancorato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In realta\u2019 questi non sono che tentativi di limitare la liberta\u2019 di discussione e il pensiero critico, ma che rivelano una miopia storica ed epistemologica facilmente smascherabile. <a href=\"https:\/\/www.insidehighered.com\/news\/2014\/12\/08\/anthropologists-reject-resolution-opposing-academic-boycott-israel\">Alla scorso meeting annuale della American Anthropology Association, nel Dicembre 2014<\/a>, un gruppo di accademici ha proposto una mozione mirante a porre fine sul nascere alla discussione sull\u2019 eventuale appoggio degli antropologi, e della associazione stessa, al boiccotaggio delle istituzioni accademiche israeliane (BDS). Alcuni degli interventi hanno sostenuto con convinzione che il mondo accademico non possa essere il luogo principe per dibattiti di natura \u2018politica\u2019.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dall\u2019altra parte si sono levate numerosissime voci che hanno ricordato come fin dalla mobilitazione contro la guerra in Vietnam negli anni \u201860 e \u201970, passando per l\u2019invasione di Israele del sud del Libano agli inizi degli anni \u201980, o l\u2019Apartheid in Sudafrica, i meeting della AAA siano stati tradizionalmente luoghi di discussione politica, mobilitazione e dibattiti che duravano fino a tarda notte. Altri hanno sottolineato come la <a href=\"http:\/\/electronicintifada.net\/content\/report-israeli-academic-institutions-role-occupation\/3436\">maggioranza delle istituzioni accademiche in Israele<\/a> siano legate a doppio filo alla dimensione politica e alla occupazione militare con investimenti diretti nel settore militare, ricerca scientifica sullo sviluppo di tecniche di controllo e distruzione messe in atto nei Territori Occupati, finanziamento di universita\u2019 e progetti di ricerca negli insediamenti, per citare solo alcuni esempi. Allo stesso modo, le universita\u2019 palestinesi sono targets costanti delle forze di occupazione israeliane le quali, regolarmente negli ultimi anni, hanno distrutto le infrastutture universitarie palestinesi, impedito il regolare svolgimento della attivita\u2019 accademica e represso la mobilita\u2019 di studenti e docenti palestinesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La votazione mirante a censurare il dibattito e\u2019 stata sconfitta da 653 voti contro una sparuto gruppo di 27 votanti a favore. Ma il voto non sembrava affatto scontato. Lo stesso risultato si era avuto il mese precedente alla conferenza annuale della Middle East Studies Association, dove una minoranza di accademici ha tentato di fare passare una simile e storicamente miope mozione, incontrando la resistenza di circa 500 studiosi dell\u2019area.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Naturalamente, queste votazioni non possono essere lette con la semplice lente che oppone accademici \u201cpro-Bds ad accademici \u201canti-Bds\u201d, ma piuttosto come una netta difesa, da parte di centinaia di studiosi, della liberta\u2019 e dignita\u2019 del dibattito accademico, un chiaro richiamo alla responsabilita\u2019 civile e politica degli accademici stessi, una difesa del diritto di dissenso e mobilitazione politica nei luoghi deputati alla produzione e diffusione di sapere. Questi risultati, negli Stati Uniti, rappresentano un chiaro schiaffo anche nei confronti di iniziative come le \u201c<a href=\"http:\/\/www.amchainitiative.org\/amcha-publishes-list-of-over-200-anti-israel-middle-east-studies-professors\/\">liste di proscrizione<\/a>\u201d delle centinaia di docenti accusati di non essere in grado di insegnare corsi sul Medio Oriente e sulla questione israelo-palestinese, perche\u2019 giudicati \u201canti-Israeliani\u201d(sic!).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come ebbe a dire March Bloch, il grande storico sociale francese, fondatore delle Annales in Francia e della storia sociale: \u201cL\u2019ignoranza del passato non solo nuoce alla conoscenza del presente ma compromette nel presente l\u2019azione medesima.\u201d<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ricostruire la storia del conflitto, e dei ruoli, delle idee e delle ideologie in esso coinvolte, non puo\u2019 essere un esercizio puramente accademico o intellettuale, un esercizio fine a se stesso, artificialemente astratto dalla necessita\u2019 dell\u2019azione. Tale esercizio puo\u2019 e deve trascendere i perimetri delle aule universitarie e delle biblioteche perche\u2019 e\u2019 il terreno su cui si deve osare e pensare gli scenari di coesistenza in Palestina ed Israele.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La separazione tra cultura, storia, rappresentazioni e sapere critico &#8211; e tra produzione accademica e posizionamento individuale &#8211; e\u2019 pretestuosa, oltre che storicamente miope. Non solo si propone l\u2019idea di un mondo accademico sconnesso da quello reale, un a-storico feticismo dell\u2019 \u201coggettivo\u201d che prescinde dalla nostra esistenza. Ma si nega la storicamente viva e vera natura della produzione del sapere. Come accademici non solo siamo parte integrante e frutto del mondo in cui viviamo, ma abbiamo responsabilita\u2019 fondamentali nei confronti della realta\u2019 storica, sociale e politica che studiamo e che cerchiamo di capire. Sarebbe operazione artificiale ed arbitraria pensare di poterci astrarre dalla realta\u2019 che contribuiamo a creare con la nostra azione o inazione e che ci investe eticamente, moralmente, umanamente e politicamente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mi piace ricordare che Marc Bloch fu cacciato dalla Sorbona delle leggi razziali durante il nazismo. L\u2019atmosfera politica lo spinse a buttarsi nella resistenza, di cui divento\u2019 un capo. Bloch fu successivamente arrestato e torturato e poi ucciso dalla Gestapo nel 1944. Quando Hannah Arendt scrisse la \u201cBanalita\u2019 del Male\u201d, in cui trovano vita le sue riflessioni anti-egemoniche e coraggiose sul processo e sulla figura di Albert Eichmann, non fu per puro diletto filosofico. Furono la sua posizione di ebrea perseguitata ed esiliata, la sua sofferenza personale e politica, a rappresentare le fondamentali spinte ad osservare, capire e denunciare la natura banale dell\u2019orrore e della violenza da lei stessa vissuta nei campi di concentramento. La sua ebraicita\u2019 e la sua mobilitazione per aiutare la causa degli ebrei in fuga dall\u2019Europa nazista furono il cuore, il motore propulsore, della sua opera e delle sue idee. Zygmunt Bauman, il grande sociologo di origine polacca, fu un ardente marxista ma soffri l\u2019espulsione dalla Polonia per le sue idee e il suo marxismo gramsciano, critico dell establishment comunista.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Vorrei allora sollecitare questa giornata di studi ad una riflessione sui motivi che oggi portano alcune universita\u2019 e luoghi del sapere, in Europa come negli Stati Uniti, ad essere sempre piu\u2019 impauriti dal confronto e dal dibattito nascondendosi dietro paradigmi storicamente superati ed anacronistici come quelli della separazione tra sapere, posizionamento individuale e responsabilita\u2019 politica e civile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Una breve riflessione merita anche il carattere selettivo di queste cesure e paradigmi. Perche\u2019 certi silenzi riguardano, per tornare a noi, molto piu\u2019 una parte del conflitto che un\u2019altra? Una risposta la fornisce la teorica politica americana Judith Butler quando scrive nel suo <em>Frames of War<\/em> che non tutti contano come vite umane, \u2018<em>not all lives are grievable\u2019<\/em>. Quando &#8211; ci spinge ad interrogarci Judith Butler &#8211; una vita e\u2019 degna di lutto e quando una vita e\u2019 vita? Il problema vero della vita politica contemporanea e\u2019 che alcune vite non contano come altre, alcune vite non sono costitutive di soggettivita\u2019. Credo che quella proposta da Butler sia una della questioni fondamentali attraverso cui leggere questo conflitto e le parole, le censure e le cesure che lo accompagnano da piu\u2019 di sessanta anni. Quando i bambini palestinesi sono descritti come scudi umani sono gia\u2019 iscritti inerosabilmente nel regno del non umano, sono gia divenuti oggetti e legittimi target di guerra, privati di soggettivita\u2019. Sono non vite, o vite che si possono perdere, per garantire la vita di coloro che esistono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come si evince dalle parole di Kahanovich nella sua intervista, il palestinese, o meglio l\u2019Arabo, e\u2019 la non vita in questo conflitto, la vita che si deve e si puo\u2019 perdere per proteggere quella del soggetto che esiste, la cui vita, solo la sua, \u201ce\u2019 grievable\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019ottica butleriana ci offre spunti, e costituisce una metafora, per leggere la questione palestinese anche in chiave storica, a partire dalla spartizione e divisione del Medio Oriente, all\u2019indomani della sconfitta dell\u2019Impero Ottomano, in stati nazionali o protettorati europei, spartizioni che lasciarono I palestinesi <em>stateless.<\/em> Questa <em>stateless-ness<\/em> sancisce simbolicamente e metaforicamente la non <em>grievability<\/em> dei palestinesi, che sono divenuti storicamente la non vita, coloro la cui dignita\u2019 politica, la cui aspirazione ad una vita sovrana, possono essere sacrificate per garantire la vita degli altri.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p><!--more--><\/p>\n<p>fonte: <a href=\"http:\/\/www.assopacepalestina.org\/2015\/02\/je-suis-charlie-manon-su-palestina-israele-liberta-accademica-tra-censure-cesure-e-dissenso\/\">http:\/\/www.assopacepalestina.org\/2015\/02\/je-suis-charlie-manon-su-palestina-israele-liberta-accademica-tra-censure-cesure-e-dissenso\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una interessante riflessione di Ruba Salih sull&#8217;incontro dal titolo Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi. 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