{"id":3075,"date":"2014-06-09T07:29:49","date_gmt":"2014-06-09T05:29:49","guid":{"rendered":"http:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3075"},"modified":"2014-06-18T11:39:41","modified_gmt":"2014-06-18T09:39:41","slug":"renata-pepicelli-il-velo-nellislam","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=3075","title":{"rendered":"Renata Pepicelli, Il velo nell&#8217;islam. Storia, politica, estetica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Ho scritto questa recensione per l&#8217;<a href=\"http:\/\/www.dwf.it\/dwf-99-confini-invalicabili-2013-3\/\">ultimo numero di \u00abDWF\u00bb<\/a>, a cura del Laboratorio di studi femministi \u00abAnna Rita Simeone\u00bb Sguardi sulle Differenze. \u00c8 online anche <a href=\"http:\/\/www.dwf.it\/il-velo-nellislam-storia-politica-estetica-di-renata-pepicelli-carocci-2012\/\">sul sito della rivista<\/a>, nella nuova sezione <em><a href=\"http:\/\/www.dwf.it\/category\/recensioni\/\">Recensiti da noi<\/a><\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b>Renata Pepicelli, <i>Il velo nell\u2019Islam. Storia, politica, estetica<\/i><\/b><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><b><i><\/i><\/b> in \u00abDWF \u2013 donnawomanfemme\u00bb, n. 99, <a href=\"http:\/\/www.dwf.it\/dwf-99-confini-invalicabili-2013-3\/\"><em>Confini (in)valicabili<\/em><\/a>, 2013, 3, pp. 73-77<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Seguendo le suggestioni che attraversano questo fascicolo di <em>DWF<\/em>, vorrei suggerire di leggere anche il velo come una sorta di \u201cconfine\u201d: infatti \u2015 come spiega Renata Pepicelli nel suo <em>Il velo nell\u2019Islam<\/em> \u2015 il termine <em>hijab<\/em> si riferisce a una separazione spaziale e visuale, che appunto divide ci\u00f2 che si vede da ci\u00f2 che non si vede, separando lo spazio pubblico da quello privato. Ed \u00e8 proprio questa l\u2019accezione originaria del termine, cos\u00ec come appare in numerosi versetti del Corano: il velo in quanto schermo, tenda, cortina che da una parte nasconde e protegge mentre, allo stesso tempo, rivela. Questa separazione tra fuori\/dentro, aperto\/chiuso, pubblico\/privato riflette le relazioni di potere tra i generi nelle societ\u00e0 islamiche: le donne infatti si coprono all\u2019aperto, nello spazio pubblico, in presenza di potenziali mariti (uomini con i quali non c\u2019\u00e8 un legame familiare), mentre si scoprono nel privato, nello spazio domestico riservato alle donne, alla famiglia e dunque a quegli uomini coi quali non \u00e8 possibile contrarre matrimonio. A uno sguardo attento, informato a una prospettiva critica femminista, non pu\u00f2 sfuggire la costante riproposizione di un\u2019economia binaria che \u2015 sia in Oriente che in Occidente, seppure in forme diverse \u2015 ha sempre limitato le libert\u00e0 e ostacolato l\u2019autodeterminazione delle donne: queste ultime, infatti, sono state sistematicamente collocate nel secondo polo di tali opposizioni dualistiche, quello che vale di meno, quello privato del potere e della libert\u00e0 di scelta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il velo, inoltre, allude anche a un confine nel senso pi\u00f9 letterale del termine, poich\u00e9 segno di un\u2019irriducibile alterit\u00e0, in quanto simbolo identitario di appartenenza culturale, politica, etnica, religiosa, sia nel contesto coloniale che nella condizione postcoloniale. Nello sguardo orientalista ed esotizzante che caratterizza da sempre le societ\u00e0 occidentali, l\u2019immagine della donna velata rappresenta precisamente la quintessenza dell\u2019alterit\u00e0, l\u2019emblema della sottomissione e dell\u2019oppressione femminile, oltre che di una cultura islamica arretrata, oscurantista e misogina, che resisterebbe per sua natura all\u2019integrazione; inoltre, nel clima islamofobo post-11 settembre, tale immagine ha finito per rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale, alla laicit\u00e0 e ai diritti faticosamente conquistati dalle donne in Europa e nel Nord America. La prospettiva degli studi femministi e postcoloniali, che l\u2019autrice sceglie consapevolmente di adottare in questo libro, restituisce invece una capacit\u00e0 di azione consapevole a tutte le donne coinvolte nella questione del velo (che scelgano di indossarlo o meno), pur se inscritte in una complessa rete di rapporti di potere, che Pepicelli indaga in profondit\u00e0, nel loro intreccio con la storia, la cultura, la societ\u00e0, la politica, la religione. Seguendo la lezione di femministe postcoloniali come Gayatri C. Spivak e Chandra T. Mohanty, e di africane americane come bell hooks \u2015 che sono menzionate esplicitamente nella premessa, accanto ad altre studiose che hanno fortemente influenzato il suo lavoro (Meyda Ye\u011feno\u011flu, Emma Tarlo, Joan W. Scott, Leila Ahmed) \u2015 l\u2019autrice esplora dunque le motivazioni in base alle quali sempre pi\u00f9 donne oggi, in ogni parte del mondo, scelgono di velarsi, mentre altre non lo fanno, riconoscendo a ognuna di esse la propria <em>agency<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ed \u00e8 proprio in questo aspetto che risiede secondo me il contributo pi\u00f9 prezioso offerto dal lavoro di Renata Pepicelli a chi desidera intraprendere oggi un progetto politico femminista. Grazie a una prospettiva storica e sociologica che parte dall\u2019avvento dell\u2019islam per arrivare fino ai giorni nostri, il volume ricostruisce infatti la complessit\u00e0 e la pluralit\u00e0 dei diversi significati attribuiti dalle donne a un pezzo di stoffa che suscita dibattiti infuocati sia nei paesi a maggioranza musulmana che nel resto del mondo. L\u2019esame delle prescrizioni coraniche sull\u2019uso del velo, corredata da una molteplicit\u00e0 di interpretazioni, \u00e8 seguita da un\u2019analisi dei \u00abveli coloniali\u00bb, utilizzati per giustificare la missione colonizzatrice e civilizzatrice dell\u2019occidente. Tra il XVIII secolo e gli inizi del secolo scorso, la donna colonizzata \u2015 la subalterna, direbbe Spivak \u2015 \u00e8 letteralmente ridotta al silenzio: l\u2019immagine della donna velata \u00e8 plasmata dall\u2019immaginario esotico dei colonizzatori (viaggiatori, soldati, diplomatici e artisti che in alcuni casi non sono mai stati in oriente) che, attraverso le loro fantasie di conquista e sottomissione, contribuiscono ad affermare l\u2019idea della presunta superiorit\u00e0 dell\u2019occidente, contrapposta alla barbarie dell\u2019oriente. Se la questione del velo assume un ruolo centrale nel discorso coloniale \u2015 per i francesi, strappare il velo alla donna algerina significa conquistare l\u2019Algeria stessa \u2015 non stupisce che il velo si trasformi poi in un potente emblema della resistenza anticoloniale, finendo per\u00f2 per imprigionare le donne nell\u2019immaginario della rivoluzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In aperta contrapposizione con le rappresentazioni orientalistiche, Pepicelli ricostruisce invece la realt\u00e0 storica del Novecento come \u00abil secolo dello svelamento\u00bb: almeno fino agli anni settanta del secolo scorso, infatti, le donne in paesi musulmani come Turchia, Iran, Egitto e Tunisia decidono di abbandonare il velo e affermano la propria presenza nello spazio pubblico, contribuendo attivamente alle profonde trasformazioni politiche e sociali in atto nei loro paesi. Una decisa inversione di tendenza si rileva a partire dagli anni settanta del Novecento, quando si assiste a un inaspettato ritorno del velo, che per\u00f2 non si configura esclusivamente come un simbolo di opposizione politica ma, piuttosto, come espressione dell\u2019adesione, da parte delle donne, a un revival spirituale, forse connesso alla disillusione provocata dal fallimento degli ideali post-indipendenza. Queste donne scelgono autonomamente di indossare il velo perch\u00e9, oltre a seguire una prescrizione religiosa, lo vedono come uno strumento di difesa della propria sessualit\u00e0, che consente loro di accedere liberamente allo spazio pubblico. Certo \u2015 precisa l\u2019autrice \u2015 \u00abindossare il velo in un paese a maggioranza islamica \u00e8 diverso da indossarlo in un paese europeo\u00bb, ma proprio per questo \u00e8 importante ricostruire i posizionamenti specifici delle dirette interessate da New York al Cairo, seguendo il processo descritto puntualmente in questo volume, che riconosce sempre alle donne un ruolo di primo piano, in quanto protagoniste attive, piuttosto che vittime, dell\u2019attuale revival religioso che interessa tutte le religioni, in tutte le parti del mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da questo percorso emerge come anche il dibattito femminista sui \u00abveli postcoloniali\u00bb, che caratterizzano le metropoli europee contemporanee in seguito alle migrazioni, si sia concentrato finora sulla necessit\u00e0 di scegliere tra due posizioni estremamente polarizzate e apparentemente inconciliabili: essere favorevoli o contrarie al velo. Si pensi ad esempio al caso francese della legge che vieta l\u2019ostentazione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici, che ha spaccato in due il movimento femminista francese, finendo per limitare l\u2019accesso delle ragazze velate all\u2019istruzione pubblica. Oppure al dibattito scatenatosi in Italia dopo i femminicidi di Hina Saleem e Sanaa Dafani, uccise dai padri a causa delle pressioni sociali esercitate da familiari e membri delle rispettive comunit\u00e0 di origine, che consideravano i loro comportamenti \u00abtroppo occidentali\u00bb. In entrambi i casi, le scelte e i desideri delle giovani donne coinvolte non sono stati presi in considerazione nel dibattito pubblico e le loro voci sono rimaste inascoltate, anche da una certa parte del movimento femminista. In particolare, a proposito dell\u2019<em>affaire du voile <\/em>in Francia, Pepicelli sostiene che le donne che indossavano il velo \u00absono state necessariamente ritenute vittime pi\u00f9 o meno consapevoli di una cultura patriarcale\u00bb: i sostenitori della legge contro il velo hanno voluto difendere il principio della laicit\u00e0 dello stato in contrapposizione a ogni forma di comunitarismo; i suoi oppositori si sono concentrati sul carattere discriminatorio e razzista del divieto; ma in ogni caso, la voce delle dirette interessate (le donne che lo indossano) \u00e8 rimasta in secondo piano e la loro autonomia di scelta non \u00e8 stata riconosciuta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per quanto riguarda il caso italiano, piuttosto paradossalmente, l\u2019immagine delle donne musulmane come vittime da \u00absalvare e svelare\u00bb ha accomunato le iniziative intraprese da donne di posizioni politiche opposte, come l\u2019onorevole Daniela Santanch\u00e9 \u2015 che nel 2009, all\u2019indomani della morte di Sanaa, ha interrotto le celebrazioni del Ramadan per protestare contro il velo integrale \u2015 o come la deputata PdL di origini marocchine Souad Sbai \u2015 promotrice di un disegno di legge finalizzato a introdurre nell\u2019ordinamento italiano il reato di \u00abcostrizione all\u2019occultamento del volto\u00bb, vietando di fatto l\u2019uso nei luoghi pubblici di <em>burqa<\/em> e <em>niqab<\/em> \u2015 fino all\u2019esortazione della giornalista del <em>manifesto<\/em> Giuliana Sgrena: \u00abLiberiamo le donne [&#8230;] Diamo loro la possibilit\u00e0 di guardare il mondo [&#8230;] Aiutiamo queste donne, anche con una legge [&#8230;] Noi di sinistra dobbiamo essere in prima fila a difendere i diritti delle donne, tutte\u00bb. Evidentemente, Sgrena non si riferiva qui a <em>tutte<\/em> le donne, ma alle musulmane in particolare che, in linea con la retorica coloniale, avrebbero bisogno di essere aiutate a liberarsi, perch\u00e9 non sarebbero in grado di farlo da sole. Per tutta risposta, Pepicelli cita una lettera aperta sottoscritta nel 2010 da ventisette donne italiane convertite all\u2019islam, le quali espongono il proprio punto di vista, in quanto dirette interessate, specificando di aver scelto liberamente di indossare il velo integrale (dunque non chiedono \u00abdi essere liberate da prigioni e secondini\u00bb) e precisando di non sentirsi assolutamente \u201coppresse\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Grazie a interviste, documenti e testimonianze dirette, oltre che facendo riferimento a una ricca ed esaustiva bibliografia, questo libro contribuisce dunque attivamente a decostruire i pregiudizi, le inesattezze e le imprecisioni spesso diffusi nei media e nel dibattito politico: ad esempio, offrendo informazioni dettagliate sulla terminologia corretta per definire le varie tipologie di velo; oppure, ridimensionando i dati relativi al numero di persone che indossano il velo integrale nelle metropoli dell\u2019occidente; documentando anche l\u2019emergere del fenomeno della moda islamica, nei suoi nessi con le trasformazioni dei canoni estetici e con il mercato globale della moda; fino ad analizzare le opere di Princess Hijab, che trasformano il velo in uno strumento di provocazione artistica e politica. Inoltre, e qui sta il significato politico pi\u00f9 importante, in un\u2019ottica femminista, Pepicelli riesce efficacemente nell\u2019intento di decostruire l\u2019immagine orientalista e (neo)coloniale della donna velata come vittima inconsapevole dell\u2019oppressione patriarcale, incapace di autodeterminarsi e di liberarsi, bisognosa della tutela paternalistica della donna occidentale. Quest\u2019immagine, come insegna Mohanty quando scrive della produzione della \u00abdonna media del Terzo Mondo\u00bb, serve innanzitutto a riconfermare la presunta superiorit\u00e0 delle donne occidentali, che possono rappresentarsi come padrone del proprio corpo e libere di prendere decisioni autonome, oltre che come salvatrici di tutte le altre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Su queste basi, a partire da questa contrapposizione, come \u00e8 possibile pensare di costruire un progetto politico femminista che unisca donne cos\u00ec diverse tra loro in nome di un obiettivo comune? \u00c8 forse questo l\u2019interrogativo che rimane ancora aperto dopo aver letto il libro di Renata Pepicelli, che di certo non offre risposte preconfezionate o ricette miracolose in tal senso. Offre per\u00f2 degli strumenti preziosi per superare la sterile contrapposizione tra chi \u00e8 favorevole e chi \u00e8 contraria al velo, ragionando su quali dovrebbero essere gli interrogativi pi\u00f9 utili da porsi per comprendere una realt\u00e0 in cui tutte e tutti oggi siamo immerse. Come afferma la protagonista del romanzo di Leila Djitli citata nell\u2019introduzione: \u00abLa questione non \u00e8 dunque essere favorevole o contraria al velo. La vera questione \u00e8 perch\u00e9 vuoi portarlo, tu, oggi, qui?\u00bb. A questo interrogativo il libro risponde sicuramente, offrendo gli strumenti per conoscere prima di giudicare. Non perch\u00e9 sul velo non si possa esprimere un giudizio o prendere una posizione \u2015 specie da una prospettiva femminista e laica, che vede in ogni religione uno strumento di controllo sui corpi delle donne \u2015 ma semplicemente perch\u00e9, prima di farlo, \u00e8 necessario conoscere le ragioni di chi lo indossa, invece di misurare l\u2019emancipazione femminile solo \u00aba seconda di quanta parte del corpo viene lasciata scoperta\u00bb; e soprattutto \u00e8 necessario esplorare le pratiche di resistenza messe in atto dalle donne (e dalle minoranze sessuali) contro il sistema patriarcale ed eteronormativo, in diverse parti del mondo. Infine, ha perfettamente ragione l\u2019autrice quando sostiene \u2015 seguendo Edward Said e Joan Scott \u2015 che il dibattito sul velo ci racconta, molto pi\u00f9 di quanto si possa pensare, della percezione che l\u2019occidente ha di s\u00e9 e dei propri altri, e che la questione del velo non riguarda solo il mondo musulmano, ma ci interpella tutte e tutti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Sonia Sabelli<\/em><\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify\"><strong><a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2011\/03\/recensione_pepicelli.pdf\">leggi\/scarica in pdf<\/a><\/strong><\/li>\n<\/ul>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho scritto questa recensione per l&#8217;ultimo numero di \u00abDWF\u00bb, a cura del Laboratorio di studi femministi \u00abAnna Rita Simeone\u00bb Sguardi sulle Differenze. \u00c8 online anche sul sito della rivista, nella nuova sezione Recensiti da noi. Renata Pepicelli, Il velo nell\u2019Islam. 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