{"id":2848,"date":"2013-12-27T12:32:02","date_gmt":"2013-12-27T11:32:02","guid":{"rendered":"http:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2848"},"modified":"2015-02-23T15:29:36","modified_gmt":"2015-02-23T14:29:36","slug":"i-corpi-e-le-voci-delle-altre-genere-e-migrazioni-in-christiana-de-caldas-brito-e-fernanda-farias-de-albuquerque","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2848","title":{"rendered":"I corpi e le voci delle \u201caltre\u201d: genere e migrazioni in Christiana de Caldas Brito e Fernanda Farias de Albuquerque"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Questo testo \u00e8 stato pubblicato nel volume <em>Questioni di genere: tra vecchi e nuovi pregiudizi e nuove o presunte libert\u00e0<\/em>, a cura di Margarete Durst e Sonia Sabelli, ETS, Pisa 2013, pp. 185-208. <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2013\/10\/sabelli_voci-delle-altre.pdf\">Qui<\/a> la versione <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2013\/10\/sabelli_voci-delle-altre.pdf\">pdf<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>I corpi e le voci delle \u201caltre\u201d:<br \/>\ngenere e migrazioni in Christiana de Caldas Brito e Fernanda Farias de Albuquerque<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;padding-left: 120px\">C\u2019\u00e8 bisogno di far sentire la mia voce, dal momento che io posso parlare di me meglio di quanto nessun altro possa fare. C\u2019\u00e8 bisogno che si senta la <i>mia <\/i>voce. Non racconto solo del mio dolore. Voglio farvi sapere la mia storia, la quale non deve essere narrata da chi ritengo possa essere altro o, peggio ancora, il mio colonizzatore [&#8230;] Non devo essere celebrata da chi pensa di dire la mia storia meglio di quanto possa fare io stessa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;padding-left: 120px\">G. Makaping, <i>Traiettorie di sguardi. E se gli <\/i>altri <i>foste voi?<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Abstract<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A partire da una prospettiva femminista e postcoloniale, il saggio offre una lettura critica di due opere letterarie: <i>Amanda Olinda Azzurra e le altre,<\/i> la raccolta di racconti di Christiana de Caldas Brito, scrittrice e psicoterapeuta brasiliana<i> <\/i>che vive e lavora a Roma, e <i>Princesa<\/i>, l\u2019autobiografia di Fernanda Farias de Albuquerque, transessuale in fuga dal Brasile all\u2019Europa, scritta in collaborazione con Maurizio Jannelli durante la reclusione nel carcere di Rebibbia. Entrambi i testi introducono un punto di vista \u201cinedito\u201d nei discorsi pubblici sulla libert\u00e0 femminile e sulla mercificazione dei corpi delle donne nella societ\u00e0 italiana, proprio perch\u00e9 le autrici scrivono a partire dall\u2019esperienza delle migrazioni transnazionali, mostrando una profonda consapevolezza delle intersezioni di sessismo e razzismo. Paradossalmente, la sovraesposizione dei corpi delle donne e delle transessuali immigrate, imprigionate negli stereotipi della colf, della badante e della prostituta, si traduce spesso in un processo di invisibilizzazione e di riduzione al silenzio, che queste autrici contribuiscono per\u00f2 a mettere in discussione, intervenendo in prima persona su temi che sono al centro del dibattito femminista in corso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Corpi fuori luogo<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Negli ultimi anni, il tema della rappresentazione dei corpi delle donne nei media italiani \u00e8 stato spesso al centro del dibattito pubblico, anche in seguito all\u2019esplosione degli scandali politici che hanno smascherato i nessi tra sesso, denaro e potere. Le analisi condotte da una prospettiva di genere hanno dimostrato che si \u00e8 prodotto un cortocircuito tra la libert\u00e0 per le donne di esibire il proprio corpo e la schiavit\u00f9 di essere rappresentate solo oggetti dello sguardo maschile; inoltre, alcuni recenti interventi femministi hanno smascherato le contraddizioni implicite in una concezione della libert\u00e0 femminile che risulta ancora in bilico tra vecchi pregiudizi e nuove o presunte libert\u00e0<a title=\"\" href=\"#_ftn1\">[1]<\/a>. Un limite evidente in questi dibattiti \u00e8 la quasi totale assenza di dialogo \u2013 a parte poche e rare eccezioni<a title=\"\" href=\"#_ftn2\">[2]<\/a> \u2013 con le voci delle donne migranti che vivono in Italia e che contribuiscono attivamente a disfare l\u2019immagine della \u201cdonna italiana\u201d come cittadina (cio\u00e8 \u201cnativa\u201d, provvista di passaporto italiano e diritti di cittadinanza), bianca, eterosessuale e di classe media. Infatti, come ha notato Chiara Bonfiglioli, gli interventi che hanno denunciato la mercificazione dei corpi delle donne e il sessismo diffuso nella politica e nei media italiani contemporanei \u00absono stati enunciati principalmente dalle posizioni di soggetti bianchi, di classe media ed eterosessuali\u00bb; inoltre, la maggior parte di questi interventi non ha preso in considerazione il fatto che \u00abi corpi sono simultaneamente razzializzati e genderizzati, e che la violenza di genere sussiste nelle intersezioni con altri assi naturalizzati del potere e del privilegio\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn3\">[3]<\/a>. Infatti, nel dibattito pubblico e nelle rappresentazioni letterarie, i corpi delle donne immigrate risultano ancora imprigionati negli stereotipi della colf, della badante o della prostituta<a title=\"\" href=\"#_ftn4\">[4]<\/a>; come ha spiegato bene Manuela Coppola, i corpi delle donne immigrate sono oggettificati, mercificati e tenuti costantemente sotto stretta osservazione:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">tramite le braccia delle lavoratrici domestiche oppure tramite le impronte digitali prese sui polpastrelli dalla polizia, le loro soggettivit\u00e0 sono spesso offuscate e occultate dalla realt\u00e0 corporale predominante che \u00e8 stata loro assegnata. Paradossalmente, questa sovra-esposizione del corpo della donna migrante si risolve in una sua persistente invisibilit\u00e0 nella societ\u00e0 di accoglienza in generale<a title=\"\" href=\"#_ftn5\">[5]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\"><!--more-->Nei dibattiti sulla libert\u00e0 femminile, in effetti, sono emerse le voci delle donne<i> italiane<\/i>, ma sono spesso rimaste inascoltate le voci delle donne che vivono <i>in Italia<\/i> pur essendo nate altrove, delle ragazze nate o cresciute in Italia da genitori immigrati, delle donne nere, delle lesbiche e delle persone transessuali che hanno sperimentato l\u2019emigrazione. \u00c8 dunque con l\u2019obiettivo di instaurare un dialogo con le voci di queste \u201caltre\u201d<a title=\"\" href=\"#_ftn6\">[6]<\/a> \u2013 cio\u00e8 delle soggettivit\u00e0 che sono state considerate come tali e che perci\u00f2 sono state spesso ridotte al silenzio nei dibattiti in corso \u2013 che in questo capitolo analizzo la raccolta di racconti <i>Amanda Olinda Azzurra e le altre<\/i><a title=\"\" href=\"#_ftn7\">[7]<\/a><i>,<\/i> di Christiana de Caldas Brito, scrittrice e psicoterapeuta brasiliana<i> <\/i>che vive e lavora a Roma, e <i>Princesa<\/i><a title=\"\" href=\"#_ftn8\">[8]<\/a><i>,<\/i> l\u2019autobiografia di Fernanda Farias de Albuquerque, transessuale in fuga dal Brasile all\u2019Europa, scritta in collaborazione con Maurizio Jannelli. Entrambe le autrici prendono la parola e scrivono proprio a partire dalla consapevolezza che i soggetti sono sempre incarnati e che si autorappresentano (e sono rappresentati) a partire dalla propria appartenenza di genere, etnica o razziale e nazionale. Infatti i corpi sono anche i primi confini del soggetto: quando guardiamo un corpo, noi gli attribuiamo immediatamente un sesso, un sangue e un colore. Inoltre, stabiliamo quasi automaticamente una connessione tra quel determinato corpo e gli spazi che esso \u00e8 libero di occupare e attraversare, oppure quelli che gli sono preclusi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In queste pagine mi interrogo allora su che cosa avviene quando dei corpi che infrangono la \u00abnorma somatica\u00bb bianca, maschile ed eterosessuale invadono lo spazio pubblico, il dibattito politico e accademico, oppure il canone della letteratura italiana. Secondo la sociologa femminista Nirmal Puwar, questi corpi sono considerati come degli intrusi, come \u00abfuori luogo\u00bb e, addirittura, come \u00abinvasori dello spazio\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn9\">[9]<\/a>. Ma forse \u00e8 arrivato il momento in cui \u00e8 possibile \u2013 anzi \u00e8 urgente e necessario \u2013 pensare a queste soggettivit\u00e0 come \u201cinterne\u201d alla cultura e alla societ\u00e0 italiana, o meglio, come a coloro che oggi contribuiscono attivamente a introdurre nuove prospettive nel femminismo italiano e a costruire una nuova idea di italianit\u00e0<a title=\"\" href=\"#_ftn10\">[10]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Christiana de Caldas Brito: \u00abstorie di donne senza voce\u00bb<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le protagoniste della maggior parte dei racconti inclusi in <i>Amanda Olinda Azzurra e le altre<\/i> sono donne immigrate che vivono in Italia e che \u2013 spiega Christiana de Caldas Brito a proposito dell\u2019esperienza dell\u2019emigrazione \u2013 subiscono un distacco traumatico dalla madrepatria, dalla madre biologica e dalla madrelingua<a title=\"\" href=\"#_ftn11\">[11]<\/a>. Le loro voci introducono inoltre un punto di vista \u201cinedito\u201d nel dibattito contemporaneo sulle rappresentazioni sessiste dei corpi delle donne, proprio perch\u00e9 in questi racconti emerge una profonda consapevolezza dell\u2019estraneit\u00e0 e della differenza delle protagoniste, che subiscono simultaneamente sessismo e razzismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inizialmente il titolo pensato da Christiana de Caldas Brito per la sua prima raccolta di racconti era <i>Storie di donne senza voce<\/i>: le protagoniste sono infatti donne che sperimentano una condizione di subalternit\u00e0 \u2013 immigrate, lavandaie, malate di mente, lavoratrici domestiche e sessuali \u2013 donne sole, costrette a vivere nell\u2019ombra e in un ostinato silenzio, a volte persino violente. L\u2019esperienza di dare voce a donne che non sono state ascoltate, che non hanno mai avuto la possibilit\u00e0 di esprimersi, ha rappresentato per l\u2019autrice quasi un\u2019auto-rivelazione: la scoperta che tutto ci\u00f2 che racconta \u2013 nonostante il costante ricorso all\u2019elemento fantastico \u2013 svela sempre l\u2019emergere di un elemento personale di cui lei stessa prende coscienza solo attraverso la scrittura. Tutti questi personaggi femminili coltivano il soliloquio nel silenzio del proprio mondo interiore, ma poi un avvenimento inatteso provoca in loro una reazione, le fa esplodere e vivere nella scrittura, dando ai lettori e alle lettrici la possibilit\u00e0 di conoscerle e di ascoltarle.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Si tratta di personaggi che scaturiscono dalle esperienze dell\u2019autrice: nascono da incontri con persone reali o da attente osservazioni e sono, per usare le parole di Christiana de Caldas Brito, \u00abparti mie di cui prendo coscienza attraverso la scrittura\u00bb; ma sono anche creature della sua immaginazione, che \u2013 afferma l\u2019autrice nella postfazione alla raccolta \u2013 \u00abHanno cominciato a parlarmi piano. Poi, un po\u2019 pi\u00f9 forte. Alla fine gridavano. Volevano farsi sentire. Non ho fatto altro che ascoltarle e permettere loro di impadronirsi della mia voce\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn12\">[12]<\/a>. Dunque la sua non \u00e8 la pretesa di parlare per conto di altre donne costrette al silenzio, ma l\u2019impegno a parlare di s\u00e9 insieme e accanto ad altre: \u00abNon scrivo solo storie di donne, ma mi piace cogliere l\u2019evolversi della donna nella societ\u00e0. Scrivere di donne \u00e8 anche sviluppare una forma di autoconoscenza\u00bb, spiega l\u2019autrice in un\u2019intervista<a title=\"\" href=\"#_ftn13\">[13]<\/a>; e infatti conclude la postfazione alla raccolta rivolgendosi direttamente a chi legge: \u00abIl mio scrivere, vi confesso, \u00e8 il modo pi\u00f9 gradevole di cercare <i>la mia voce<\/i> in Italia\u00bb.<a title=\"\" href=\"#_ftn14\">[14]<\/a> Per le protagoniste dei suoi racconti, dunque, far sentire la propria voce \u00e8 un primo passo per uscire dal silenzio, per esprimere la propria soggettivit\u00e0, per instaurare un dialogo con i lettori e soprattutto, come si vedr\u00e0, con le lettrici italiane.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019aspetto pi\u00f9 evidente della scrittura di de Caldas Brito \u00e8 la sua capacit\u00e0 di \u201cgiocare\u201d con la lingua italiana<a title=\"\" href=\"#_ftn15\">[15]<\/a>: cio\u00e8 di rinnovare il linguaggio, superando le restrizioni imposte dalla grammatica, per creare nuove modalit\u00e0 narrative, capaci di rappresentare il volto interculturale che l\u2019Italia sta assumendo in seguito alle migrazioni. La deformazione linguistica che caratterizza i racconti inclusi in <i>Amanda Olinda Azzurra e le altre <\/i>\u00e8 il risultato di un duplice procedimento che l\u2019autrice sperimenta di volta in volta nei singoli testi: da una parte, la creazione di una lingua deliberatamente \u201cscorretta\u201d dal punto di vista grammaticale e sintattico \u2013 il \u00abportuliano\u00bb, una lingua ibrida costruita a partire dall\u2019incrocio tra italiano e portoghese \u2013 riproduce gli errori tipici delle persone immigrate che imparano l\u2019italiano come seconda lingua, ma anche quelli degli italiani che emigravano in Brasile nel secolo scorso; dall\u2019altra parte, l\u2019inserzione di parole portoghesi nel testo italiano introduce anche un ritmo e delle sonorit\u00e0 nuove per la nostra lingua. Questa mescolanza linguistica raggiunge l\u2019apice in <i>Lavandaie in quattro tempi<\/i>, l\u2019unico racconto che contiene un vero e proprio glossario per spiegare il significato dei termini usati: si tratta in particolare di toponimi (ad esempio la citt\u00e0 di <i>Porto Alegre<\/i>, il quartiere di <i>S\u00e3o Crist\u00f2v\u00e3o <\/i>a Rio de Janeiro, e ancora <i>Pa\u00e7o<\/i>, per il palazzo imperiale, e <i>Feira<\/i>, per il mercato rionale settimanale); di appellativi come <i>Dona <\/i>(signora), <i>Seur <\/i>(signore), <i>Doutor <\/i>(dottore), <i>Vov\u00f2 <\/i>e <i>Biv\u00f2 <\/i>(nonna e bisnonna); oppure di nomi di cibi e bevande (<i>brigadeiros<\/i>, <i>carne secca <\/i>e <i>guaran\u00e0<\/i>). Inoltre, anche quando le parole sono italiane, senza alcuna storpiatura, la costruzione logica della frase \u00e8 lusofona.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Nel caso del \u00abportuliano\u00bb invece, in primo luogo scompaiono le lettere doppie, visto che la sensibilit\u00e0 auditiva dei parlanti di origine sudamericana non \u00e8 abituata a percepirle (ad esempio <i>latina <\/i>per lattina, o <i>sciaquare <\/i>per sciacquare). In alcune frasi mancano anche gli articoli, mentre si pu\u00f2 rilevare l\u2019aggiunta del prefisso \u00abe-\u00bb, che contribuisce decisamente ad amplificare l\u2019intensit\u00e0 dei vocaboli che iniziano coi nessi consonantici \u00absc\u00bb (ad esempio <i>escarpe<\/i> oppure <i>escordare<\/i>) e \u00abst\u00bb (ad esempio <i>estivale<\/i> o <i>estelle<\/i>). Ma il fenomeno pi\u00f9 frequente \u00e8 certamente la sonorizzazione delle consonanti occlusive sorde in posizione intervocalica, che riguarda non solo alcuni generici esempi di verbi e sostantivi (<i>sabere<\/i>, <i>risada<\/i>, <i>vida<\/i>), ma si rileva in tutti i participi passati (<i>piovudo<\/i>, <i>bagnado<\/i>, <i>mangiado<\/i>, <i>venuda<\/i>, <i>mandado<\/i>, <i>tagliado<\/i>, <i>domandado<\/i>, <i>vestido<\/i>, <i>vergognado, fuggido<\/i>, <i>attaccado<\/i>, <i>desperado<\/i>, <i>portado, regalado<\/i>, <i>dado<\/i>). Con questi espedienti la scrittrice brasiliana introduce efficacemente nell\u2019italiano le sonorit\u00e0 della lingua portoghese, il suo ritmo e la sua melodia. Racconti come <i>Chi<\/i> e <i>Azzurra<\/i> \u2013 spiega l\u2019autrice nella postfazione \u2013 sono nati proprio in questo modo: \u201cgiocando\u201d con nuove parole e sperimentando nuovi suoni<a title=\"\" href=\"#_ftn16\">[16]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019immigrata <i>Chi<\/i>, protagonista del racconto omonimo, con cui si apre la raccolta, proprio come il pronome relativo da cui prende il nome, che designa una persona o una cosa non nominata, \u00e8 una presenza indefinita, silenziosa e invisibile, che si prende cura degli altri ed \u00e8 sempre a disposizione di tutti, ma non ha nessuno che si prenda cura di lei:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">All\u2019inizio, Chi aveva un nome. Poi, solo Chi. Domandavano: chi carica i pesi? Chi porta i pacchi? Chi pulisce le scale? Chi? Rispondeva sempre lei. Bastava che dicessero: Chi? e Chi era l\u00ec, pronta a rispondere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Chi da quando \u00e8 Chi, non \u00e8 pi\u00f9 quella che era, ma questo lo sa solo Chi. Solo Chi lo sa e chiss\u00e0 se lo sa Chi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Chi chiunque. Chi Dovunque. Chi Comunque.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Indefinita e relativa, l\u2019immigrata Chi<a title=\"\" href=\"#_ftn17\">[17]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo racconto la ripetizione insistente del pronome \u00abchi\u00bb \u2013 che potrebbe essere chiunque si identifichi con l\u2019esperienza dell\u2019isolamento e dell\u2019emigrazione \u2013 insieme all\u2019uso esasperato dell\u2019allitterazione (chiss\u00e0, chiunque, che, chirichirichiri, chiacchieri, chiede, chiudi, chiasso, chiesa, cheta, china, chiaro, chiama, chiamarla, fischio&#8230; sono alcuni degli esempi che si accumulano nelle due sole pagine in cui si sviluppa il racconto), producono un gioco di parole che precipita nell\u2019assoluta e deliberata mancanza di senso, in favore di un \u00abun uso puramente intensivo della lingua\u00bb \u2013 per dirla con Deleuze e Guattari<a title=\"\" href=\"#_ftn18\">[18]<\/a>. Christiana de Caldas Brito sperimenta cos\u00ec un linguaggio narrativo che cessa di essere rappresentativo e che svela l\u2019aleatoriet\u00e0 del rapporto tra segno e referente, mettendo in crisi le premesse illusorie del soggetto moderno: il mito della rappresentativit\u00e0 e il culto dell\u2019appartenenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Azzurra<\/i> \u00e8 invece la storia di una donna che decide di lasciare il \u00abcielo azzurro\u00bb del suo paese d\u2019origine per realizzare il sogno di trasferirsi in Italia \u2013 \u00ablo stivale azzurro\u00bb \u2013 alla ricerca di un \u00ablavoro azzurro\u00bb, contrapposto allo sfruttamento del \u00ablavoro nero\u00bb. Nonostante agli occhi della protagonista sia la massa indistinta degli italiani a essere azzurra (del resto l\u2019azzurro \u00e8 anche il colore che contraddistingue l\u2019attivit\u00e0 sportiva italiana sul piano internazionale), azzurro \u00e8 anche il colore con cui gli italiani identificano la protagonista: il colore della sua pelle e il colore della sua esclusione, dapprima subita e successivamente interiorizzata dalla stessa Azzurra. Neppure l\u2019incontro con un uomo dagli occhi azzurri, e nemmeno la terapia psichiatrica del \u00abDottor Azzurro\u00bb riesce a placare la solitudine e la disperazione di questa donna, che alla fine esplode in un atto violento e apparentemente inspiegabile:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Arrivavi azzurro, ti sedevi azzurro e <i>azzurramente<\/i> mi guardavi con quel silenzio pieno di pensieri azzurri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Quella notte \u2013 fuori c\u2019era la luna azzurra \u2013 mi ritrovai con il tuo azzurro corpo tra le mie braccia azzurre. Nelle lenzuola, macchiate d\u2019azzurro, brillava un coltello azzurro. Mi alzai e lo misi sul lavandino azzurro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">ZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRAZZURRA<a title=\"\" href=\"#_ftn19\">[19]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">E ancora, la protagonista di <i>La triste storia di Sylvinha con la Ypsilon<\/i> \u00e8 una giovane venditrice di calzini che sogna di fare l\u2019attrice e di essere amata, ma \u00e8 costretta a seguire l\u2019esempio materno, \u201cimpiccando\u201d letteralmente il suo cuore, cio\u00e8 rinunciando al suo desiderio di una vita diversa da quella della madre:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Quando Sylvinha con la Ypsilon torn\u00f2 a casa, stanca di tanto vendere calzini, la madre la abbracci\u00f2 forte forte e le fece i complimenti per aver impiccato il cuore. Il suo cuore di madre gi\u00e0 era stato impiccato tanto tempo fa, ma solo adesso Sylvinha con la Ypsilon seguiva l\u2019esempio materno.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cVedrai come tutto adesso sar\u00e0 pi\u00f9 facile per te \u2013 disse la madre\u201d<a title=\"\" href=\"#_ftn20\">[20]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Dopo aver impiccato il suo cuore palpitante d\u2019amore e aver gettato dalla finestra la sua Ypsilon (una lettera che non esiste nell\u2019alfabeto italiano), Sylvinha continuer\u00e0 a vendere calzini per i piedi di tutti i clienti bisognosi, ai quali non importa se i suoi di notte rimarranno ghiacciati. Evidentemente il suo sacrificio allude al percorso di impoverimento affettivo, e di annullamento di s\u00e9 come soggetto desiderante, che molte donne migranti sono costrette a sperimentare nelle societ\u00e0 occidentali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Lo stesso tema dell\u2019organo-senza-corpo ritorna in <i>Tum tum, tum tum<\/i>, racconto tutto centrato sull\u2019immagine surreale di un cuore ancora pulsante, trovato abbandonato nel bel mezzo della strada: i passanti incuriositi se lo sballottolano a vicenda senza sapere cosa farne, finch\u00e9 finiscono per gettarlo in mare provocando un terribile diluvio di acqua salata, accompagnato per tutto il tempo dal rumore sinistro di un battito cardiaco. Questo \u00abtum tum, tum tum, tum\u00bb che chiude significativamente la raccolta di racconti \u2013 spiega l\u2019autrice stessa \u2013 non \u00e8 altro che \u00abil suono di tutte queste voci femminili inascoltate, assenti\u00bb che Christiana de Caldas Brito si propone di amplificare<a title=\"\" href=\"#_ftn21\">[21]<\/a>. Come ha osservato Franca Sinopoli nell\u2019introduzione alla raccolta, \u00abl\u2019immagine del cuore impiccato o abbandonato sulla strada pu\u00f2 suggerire considerazioni infinite sull\u2019impoverimento affettivo nelle societ\u00e0 occidentali osservate dalla prospettiva di coloro che vengono da noi dalle culture del Sud del mondo e sulla rinuncia dei medesimi affetti che spesso il migrante deve fare per resistere\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn22\">[22]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019artificio narrativo che consiste nell\u2019isolare una singola parte del corpo dal resto dell\u2019organismo, sperimentato nei due racconti appena citati, verr\u00e0 portato all\u2019estremo compimento nel racconto <i>Io, polpastrello 5.423<\/i>, pubblicato su internet in occasione del dibattito parlamentare relativo all\u2019approvazione della legge Bossi-Fini e poi incluso nel volume <i>Qui e l\u00e0<\/i><a title=\"\" href=\"#_ftn23\">[23]<\/a><i>.<\/i> In questo racconto l\u2019autrice immagina che, per rispettare la nuova legge sull\u2019immigrazione, seimila polpastrelli di lavoratrici e lavoratori immigrati si presentino davanti alla Questura di Roma. Protagonista e voce narrante del racconto \u00e8 appunto un polpastrello, staccatosi dalla mano del suo padrone per andare a consegnare la propria impronta digitale:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">La questura era un subbuglio di polpastrelli neri, bianchi, polpastrelli sudamericani, africani, asiatici e quelli dell\u2019Europa dell\u2019est. I poliziotti ci stringevano e ci macchiavano con quel liquido nerastro. In quel dannato mattino dell\u2019estate romana, non c\u2019era polpastrello che si reggesse pi\u00f9 in piedi. E guardate che per un polpastrello non \u00e8 facile stare in piedi&#8230; Alcuni polpastrelli rischiavano la disidratazione. Altri erano mosci come fiori dopo il funerale. Un caldo da record. I giornali continuavano a ripetere che erano almeno dieci anni che i romani non sentivano tanto caldo. Confesso che anche a noi, polpastrelli, quel caldo dava fastidio. L\u2019idea di staccarci dai corpi dei nostri padroni per andare in questura, era il nostro battesimo non di acqua ma di fuoco. A trentasette gradi all\u2019ombra, possiamo proprio parlare di fuoco, no?<a title=\"\" href=\"#_ftn24\">[24]<\/a><\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Il racconto \u2013 che costituisce una risposta polemica alla proposta legislativa di schedare tutte le persone migranti presenti sul territorio nazionale per scopi polizieschi \u2013 propone dunque una critica all\u2019idea che l\u2019immigrazione possa essere intesa solo come un problema di sicurezza e controllo sociale. Mentre lo smembramento del corpo e dei suoi organi allude chiaramente alla frammentazione dell\u2019identit\u00e0 e al mancato riconoscimento dell\u2019integrit\u00e0 delle persone migranti come esseri umani. Il polpastrello sporco \u00abdi pomodoro\u00bb sottintende infatti lo sfruttamento della manodopera immigrata nell\u2019agricoltura; mentre i polpastrelli \u00abmacchiati di sangue\u00bb (uno \u00e8 addirittura \u00absporco di cacca\u00bb) alludono all\u2019impiego delle donne immigrate nei lavori di cura e di assistenza agli anziani. Come ha rilevato giustamente Alessandro Portelli<a title=\"\" href=\"#_ftn25\">[25]<\/a>, il racconto propone un\u2019ironica ed efficace metafora della frammentazione e della reificazione che caratterizza l\u2019esperienza migratoria:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La metafora delle impronte digitali, staccate dal corpo e designate da numeri, \u00e8 l\u2019immagine di una societ\u00e0 che tratta gli esseri umani come numeri e frammenti. Basta pensare alla definizione di tutti lavoratori come \u201c<i>hands<\/i>\u201d [in inglese] o come \u201cbraccia\u201d, in italiano, e infatti molti immigrati lavorano nei campi di pomodori del meridione come <i>braccianti<\/i>. L\u2019agricoltura e l\u2019industria sono interessate solo alle loro braccia e mani, la polizia solo alle impronte digitali e il crescente mercato della prostituzione ai loro corpi. Perci\u00f2, nel racconto di Christiana de Caldas Brito, le impronte digitali diventano un significante dell\u2019intera vita dei loro proprietari<a title=\"\" href=\"#_ftn26\">[26]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Le impronte digitali sono infatti l\u2019espressione visibile dell\u2019individualit\u00e0 della persona \u2013 \u00abSapevamo bene che, grazie a noi, ogni persona \u00e8 diversa\u00bb afferma il polpastrello numero 5.423 \u2013 e rappresentano l\u2019unicit\u00e0 di ogni essere umano, che l\u2019autorit\u00e0 dello Stato pretende di accomunare \u00abin un\u2019indifferenziata discriminazione\u00bb. Come la ferita che scompone in pi\u00f9 parti il corpo e la lingua della \u00ab<i>mestiza<\/i>\u00bb nell\u2019opera di Gloria Anzald\u00f9a, l\u2019immagine dello smembramento dei corpi e della frammentazione della soggettivit\u00e0 suggerisce anche la posizione \u201ceccentrica\u201d delle persone migranti rispetto a un sistema culturale e linguistico dato<a title=\"\" href=\"#_ftn27\">[27]<\/a>. Il tono surrealista di questo racconto svela quindi un preciso atto politico, con cui Christiana de Caldas Brito sostiene fermamente che le persone immigrate sono individui portatori di preziose risorse creative, e non dovrebbero essere considerate solo come un problema di ordine pubblico o come delle braccia da sfruttare nei lavori pesanti:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">le braccia degli immigrati [\u2026] non sono <i>braccia surrealiste, staccate da un corpo<\/i>, ma fanno parte di un essere complesso, chiamato umano, braccia che hanno una famiglia, che hanno bisogno di una casa, di un lavoro, e che terminano in mani capaci anche di scrivere<a title=\"\" href=\"#_ftn28\">[28]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque, queste mani sono capaci anche di scrivere e di prendere la parola, intervenendo esplicitamente su alcuni dei nodi cruciali per il dibattito femminista oggi in Italia. Uno dei temi centrali che emergono nella scrittura di de Caldas Brito \u00e8 infatti la questione delle differenze e delle relazioni di potere tra le donne, come in <i>Menina de rua \/ Menina bem<\/i>, che contrappone la storia di Concei\u00e7ao, una bambina di strada, dalla pelle scura e dall\u2019infanzia \u00abinesistente\u00bb, a quella di Isabel Lu\u00edsa, bianca e viziata erede di una ricca famiglia brasiliana. Il racconto non ha una struttura narrativa: il testo \u00e8 suddiviso in due colonne nelle quali l\u2019autrice elenca e contrappone, semplicemente affiancandoli graficamente, informazioni, desideri, paure ed episodi delle vite di queste due bambine dai destini paralleli e opposti, che si incrociano drammaticamente solo nel finale, quando la bambina di strada viene accusata di aver rubato il portafogli della bambina di \u201cbuona\u201d famiglia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un altro racconto, intitolato <i>Ali, Alina, Alice<\/i>, de Caldas Brito simula una seduta psicanalitica, sovrapponendo le riflessioni di una paziente a quelle della sua psicoterapeuta. Durante le lunghe notti trascorse in un ospedale psichiatrico, Alina avverte la sensazione di un battito d\u2019ali e chiede spiegazioni alla sua analista, Alice, che invece di ascoltarla comincia a rimuginare sui suoi problemi e finisce per mettere in dubbio la propria presunta superiorit\u00e0 o sanit\u00e0 mentale, fino a desiderare tra s\u00e9 e s\u00e9 di prendere il posto della paziente: non si tratta di un dialogo, ma di due soliloqui completamente indipendenti l\u2019uno dall\u2019altro, che si susseguono all\u2019interno dello stesso racconto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Olinda<\/i> \u00e8 invece un\u2019ex-prostituta immigrata dal Brasile, che fa le pulizie nella parrocchia di un piccolo paese di provincia, dove si scontra con l\u2019incomprensione (accentuata anche dalla diversit\u00e0 linguistica), il moralismo e i pregiudizi di Assunta, una cittadina italiana che la accusa di intrattenere una relazione con il parroco. Perci\u00f2 Olinda non ha altra scelta che andarsene \u2013 abbandonando l\u2019unica persona che l\u2019aveva accettata in maniera incondizionata e che aveva dimostrato interesse per lei, per il suo passato e per le sue origini \u2013 e tornare a lavorare sulla strada.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questi ultimi tre racconti, in particolare, suggeriscono la necessit\u00e0 di una profonda riflessione sulla possibilit\u00e0\/impossibilit\u00e0 di un dialogo tra donne di diversa nazionalit\u00e0 e classe sociale, oltre che sulla necessit\u00e0 di mettere in discussione l\u2019idea di una presunta solidariet\u00e0 universale tra le donne.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Un\u2019altra delle emozioni che caratterizzano l\u2019esperienza della migrazione \u00e8 la nostalgia, che viene narrata nel racconto intitolato <i>Amanda<\/i>: l\u2019omonima protagonista, dopo aver trascorso una lunga estate solitaria, sogna di incontrare qualcuno capace di colmare la sua vita fredda e la sua ansia nostalgica, da qui nasce la figura di Mauro, <i>L\u2019ammazza-nostalgia<\/i>. Nel racconto <i>Se avete occhi per leggere ascoltate<\/i> compare invece l\u2019unica donna che probabilmente nessuno vorrebbe ascoltare, la morte, la cui principale attivit\u00e0 \u00e8 l\u2019editoria, perch\u00e9 trasforma in libri le persone che porta con s\u00e9: la narratrice riesce ad allontanarla lusingandola con la promessa di fare di lei il personaggio principale della sua nuova opera. <i>Azzurra<\/i> e <i>Fausta<\/i>, protagoniste dei racconti omonimi, sono due donne capaci di tradurre la loro disperazione solo in un\u2019esplosione di violenza: la prima (gi\u00e0 citata sopra) \u00e8 un\u2019immigrata che reagisce alla solitudine e all\u2019isolamento finendo per accoltellare il suo compagno; mentre la seconda trova l\u2019unica ragione per resistere alla vita in collegio nelle visite notturne di uno scarafaggio, tanto che per salvargli la vita uccide una suora che stava per calpestarlo. Josefa, Braulia, Alzira e Joaquina rappresentano invece quattro generazioni di lavandaie \u2013 <i>Lavandaie in quattro tempi<\/i> si intitola appunto il racconto di cui sono protagoniste \u2013 che si tramandano con passione e dedizione il loro lavoro, alla fine reso inutile dall\u2019invenzione della lavatrice. Antonella \u2013 la protagonista del racconto intitolato <i>Il pinga pinga<\/i> (dal portoghese \u00ab<i>pingar<\/i>\u00bb, gocciolare), il nome del traballante piccolo autobus che butta fuori i suoi passeggeri uno ad uno come gocce \u2013 decide di affrontare un viaggio per conoscere il Brasile non come una turista, ma come una persona qualunque, mimetizzata in mezzo alla gente: nel finale del racconto anche questa donna, spiazzata dallo spostamento dei punti di vista, rimane in silenzio, non riuscendo a comunicare la sua sconvolgente esperienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma il racconto che pi\u00f9 di tutti mette a fuoco le differenze e le relazioni di potere tra le donne \u2014 e in particolare quelle che si instaurano tra donne immigrate e cittadine italiane \u2014 \u00e8 decisamente <i>Ana de Jesus<\/i>, pi\u00f9 volte rappresentato come monologo teatrale, tradotto anche in inglese e divenuto ormai un \u201cclassico\u201d della narrativa migrante scritta in lingua italiana<a title=\"\" href=\"#_ftn29\">[29]<\/a>. La protagonista del racconto \u00e8 una lavoratrice domestica che tenta di esprimere il disagio legato all\u2019esperienza migratoria, nel disperato tentativo di comunicare con una datrice di lavoro che non la comprende, che ha sempre fretta e che non ha n\u00e9 il tempo n\u00e9 la voglia di ascoltarla, fino a che Ana non decide di rinunciare al proprio progetto migratorio e di tornare in Brasile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">A differenza della maggioranza delle persone migranti che vivono in Italia, per le quali la migrazione \u00e8 stata una scelta forzata, Christiana de Caldas Brito non \u00e8 stata costretta a lasciare il suo paese di origine per motivi economici, ma in questi racconti dimostra comunque una profonda consapevolezza delle sofferenze e delle ingiustizie sociali subite da chi emigra<a title=\"\" href=\"#_ftn30\">[30]<\/a>. L\u2019autrice mostra infatti una particolare sensibilit\u00e0 per le esperienze di subalternit\u00e0 ed emarginazione, offrendo una lucida e intensa rappresentazione delle relazioni di potere che si instaurano tra donne di diverse nazionalit\u00e0 e classi sociali, come nel caso della relazione problematica tra una lavoratrice domestica immigrata, Ana de Jesus, e la sua datrice di lavoro. Come sostiene Sabrina Marchetti<a title=\"\" href=\"#_ftn31\">[31]<\/a>, la complessa relazione che si instaura tra la \u00abpadrona\u00bb di casa e la \u00abdomestica\u00bb deve essere analizzata sia tenendo presenti le elaborazioni femministe sul patriarcato e sulla diseguale distribuzione del lavoro domestico e di cura tra uomini e donne, sia riconoscendo quei privilegi di classe e colore che consentono \u2013 solo ad alcune donne \u2013 di \u00abglobalizzare\u00bb la disuguaglianza \u00abdelegando\u00bb tali mansioni alle \u201caltre\u201d da s\u00e9, cio\u00e8 alle migranti transnazionali:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">La questione sembra essere che il patriarcato, ragione di oppressione per le donne di tutto il mondo, pone sia \u00abla signora\u00bb che \u00abla domestica\u00bb di fronte ad uno stesso incommensurabile problema: la cura dei propri cari. Per le donne in carriera dei paesi ricchi per\u00f2 si profila una sua soluzione, almeno parziale, nella possibilit\u00e0 di delegare una parte delle proprie mansioni alla donna del paese \u00aballo stremo\u00bb, e salvare cos\u00ec il proprio progetto individuale di emancipazione<a title=\"\" href=\"#_ftn32\">[32]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019impossibilit\u00e0 di un dialogo tra Ana de Jesus e la sua \u00absignora\u00bb \u2013 che non ha un nome e non trova mai il tempo per ascoltare la protagonista, costretta a esprimersi solo nella forma di un soliloquio \u2013 costringe dunque chi legge il racconto di Christiana de Caldas Brito a riconoscere quelle differenze tra le donne rilevate da Marchetti:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Siamo di fronte ad una spaccatura all\u2019interno di quei ruoli di genere che abbiamo prima descritto come due blocchi contrapposti (uomini <i>vs<\/i>. donne) per arrivare al punto in cui non possiamo negare il peso delle differenze di classe e \u00abrazza\u00bb all\u2019interno della macrocategoria \u00abdonna\u00bb. Ecco che allora, in linea di continuit\u00e0 con quanto accaduto in passato in regimi di tipo coloniale o di <i>apartheid<\/i>, ci\u00f2 che viene oggi globalizzato non \u00e8 tanto (o non soltanto) \u00abla cura\u00bb, ma un meccanismo di frammentazione dei modelli di genere per cui da una parte stanno le donne bianche, educate, abbienti, cittadine e dall\u2019altra le donne non bianche, povere e straniere<a title=\"\" href=\"#_ftn33\">[33]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Nella rappresentazione di Christiana de Caldas Brito, la relazione tra le due donne non si configura allora come un rapporto di sorellanza \u2013 quell\u2019ideale di reciproca solidariet\u00e0 universale che il femminismo occidentale ha considerato un tratto naturale dei rapporti tra le donne \u2013 ma assume la forma di una relazione gerarchica. Come ha osservato Caterina Romeo, in questo caso il termine pi\u00f9 appropriato per descrivere una tale relazione di potere non \u00e8 tanto \u00absorellanza\u00bb, quanto piuttosto \u00ab<i>sisterarchy<\/i>\u00bb, il neologismo coniato dalla poeta nigeriana Nkiru Nzegwu unendo i termini \u00absorellanza\u00bb e \u00abpatriarcato\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn34\">[34]<\/a>. E infatti \u00e8 solo in assenza della \u00absignora\u00bb che Ana de Jesus riesce a prendere la parola e a farsi soggetto della propria auto-narrazione: la protagonista acquisisce autonomia e sprigiona finalmente le proprie potenzialit\u00e0 espressive solo grazie alla sottrazione dell\u2019elemento di potere che \u00e8 rappresentato dalla sua datrice di lavoro<a title=\"\" href=\"#_ftn35\">[35]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>Fernanda Farias de Albuquerque: \u00abla figura di una donna\u00bb<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><i>Princesa<\/i>, l\u2019autobiografia di Fernanda Farias de Albuquerque \u2013 scritta insieme a Maurizio Jannelli e pubblicata da Sensibili alle foglie nel 2004 \u2013 \u00e8 la storia di una transessuale: di un corpo in transito dal maschile al femminile, della sua metamorfosi al silicone e chirurgia plastica, e della sua fuga dal Brasile all\u2019Europa, dall\u2019esperienza della prostituzione fino alla reclusione nel carcere di Rebibbia, a Roma, dove significativamente il racconto si interrompe.<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Anaciclin, sempre quattro pasticche al giorno. Fernando si consuma lentamente. Il pene rimpicciolisce, i testicoli si ritirano, i fianchi si allargano. Fernanda cresce. Pezzo dopo pezzo, gesto su gesto, io dal cielo scendo in terra, un diavolo \u2013 uno specchio. Il mio viaggio<a title=\"\" href=\"#_ftn36\">[36]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">La progettualit\u00e0, la consapevolezza e la determinazione con cui Fernanda fa emergere il suo corpo di donna racchiuso dentro un corpo di uomo, sotto l\u2019effetto degli ormoni e delle protesi al silicone liquido iniettate dalle <i>bombadeiras<\/i> brasiliane, non pu\u00f2 non far pensare ai tanti personaggi in bilico tra vita organica ed esistenza metallica, tra umano e artificiale, che popolano la letteratura e la cultura popolare contemporanea. Infatti, il pensiero postmoderno trova nel <i>cyborg<\/i> \u2013 figura ibrida di assemblaggio e montaggio \u2013 una possibilit\u00e0 per rendere in letteratura la frammentazione e il disorientamento della personalit\u00e0 che caratterizzano il nostro presente, alludendo a un\u2019immagine mobile e incerta, eterogenea e incompiuta, della realt\u00e0 in cui viviamo. Mi riferisco in particolare a Donna Haraway, che ha proposto il <i>cyborg<\/i> come una figurazione che rispecchia la ridefinizione dei confini tra i soggetti, i loro corpi e il mondo esterno, e che offre nuove possibilit\u00e0 per un universo <i>post-gendered<\/i><a title=\"\" href=\"#_ftn37\">[37]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Per Fernanda Farias de Albuquerque la scrittura rappresenta la medicina \u00abper resistere all\u2019azione devastante della reclusione, per non dimenticare di essere nati liberi\u00bb, ma \u00e8 anche lo spazio per l\u2019incontro con il co-autore della sua autobiografia, Maurizio Jannelli, che approda al carcere dopo la partecipazione alla lotta armata e la militanza nelle Brigate Rosse. Dalla comunicazione tra loro nasce una nuova lingua, \u00abla variazione, scritta e orale, che risult\u00f2 dalla chimica delle nostre lingue materne\u00bb: il portoghese di Fernanda, il dialetto sardo di Giovanni, il compagno di prigione che per primo l\u2019ha incoraggiata a raccontare la sua storia, e la stesura finale di Maurizio Jannelli, a cui l\u2019editore Renato Curcio ha affidato il compito di rendere accessibile al pubblico la straordinaria lingua ibrida del testo originale, come spesso \u00e8 avvenuto per i primi testi letterari pubblicati in italiano da migranti<a title=\"\" href=\"#_ftn38\">[38]<\/a>. A differenza di de Caldas Brito, che invece ha sempre rivendicato la propria libert\u00e0 di \u201ctrasgredire\u201d le regole della lingua italiana, Farias de Albuquerque affida il proprio racconto alle mani del coautore. A partire dal manoscritto autobiografico e dalla capacit\u00e0 di ascolto di Maurizio Jannelli, il libro \u00e8 anche il frutto di intensi dialoghi e di una fitta corrispondenza, scaturiti in primo luogo dalla necessit\u00e0 di chiarificare la storia della protagonista-narratrice e di definire meglio le sue parole, a volte inventate \u2013 quando i suoni appena imparati venivano trasformati in segni \u2013 o utilizzate in senso improprio. La genesi del libro \u00e8 ricostruita in un dialogo tra Jannelli e de Albuquerque, pubblicato sul primo numero della rivista <i>Caff\u00e8<\/i>:<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Maurizio: [&#8230;] Per esempio i \u201cseni\u201d diventano i \u201csegni\u201d. <i>E sono \u201csegni\u201d se uno li costruisce<\/i>. Ci sono dei passaggi in cui lei dice \u201ci segni del petto\u201d, cio\u00e8 \u201ci seni del petto\u201d, intende. Io mi faccio portare da questo gioco. Ci sto dentro un giorno, e quel gioco mi porta a leggere Baudrillard, Roland Barthes, cio\u00e8 mi fa fare una serie di viaggi per poi scrivere magari solo due righe. Un altro esempio. Lei usa la parola \u201ccopia\u201d per dire la sua \u201csomiglianza\u201d, con Perla. Questo mi consente di costruire l\u2019incontro tra l\u2019originale, il modello da lei assunto (Perla) e la sua copia (Fernanda). <i>Una dimensione seriale della costruzione dei corpi<\/i> per come avviene in Brasile ad opera delle Bombadeire<a title=\"\" href=\"#_ftn39\">[39]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Nonostante sia praticamente impossibile individuare con precisione il ruolo e gli interventi dei due co-autori, la redazione finale del testo conserva sicuramente i segni delle differenze che li separano, la tracce di itinerari e culture diverse: il processo che precede il farsi di questa nuova lingua \u2013 quaderni e bigliettini viaggiarono per un anno attraverso tre celle \u2013 rappresenta dunque un passo verso quella \u00ablotta per il linguaggio, contro la comunicazione perfetta, contro il codice unico che traduce perfettamente ogni significato, dogma centrale del fallologocentrismo\u00bb, che Haraway identifica con la politica dei <i>cyborg<\/i><a title=\"\" href=\"#_ftn40\">[40]<\/a><i>.<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In un articolo su <i>Le origini della letteratura afroitaliana e l\u2019esempio afroamericano<\/i>, Alessandro Portelli ha letto una accanto all\u2019altra l\u2019autobiografia di Fernanda Farias de Albuquerque \u2013 \u00abuna persona che ha letteralmente due lingue, due nomi, due corpi\u00bb \u2013 e la poesia <i>Prigione<a title=\"\" href=\"#_ftn41\"><b>[41]<\/b><\/a><\/i> del poeta camerunense Ndjock Ngana, noto in Italia anche col nome di Teodoro, che rappresenta \u00abl\u2019uscita dalla \u201cprigione\u201d dell\u2019identit\u00e0 e della logica logocentrica\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn42\">[42]<\/a>. Portelli individua dunque una contraddizione \u2013 esemplificata da questi due testi letterari \u2013 tra l\u2019idea di multiculturalismo come evento liberatorio, come apertura di una possibilit\u00e0 antiautoritaria, associata all\u2019ideale postmoderno di un soggetto molteplice e frammentato, da una parte (in <i>Prigione<\/i>), e l\u2019aspetto tragico e doloroso della frammentazione, denunciato da chi subisce sulla propria pelle l\u2019esperienza della discriminazione e dell\u2019emarginazione, dall\u2019altra (in <i>Princesa<\/i>):<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Come il <i>cyborg<\/i>, postmoderna metafora di sessualit\u00e0 e identit\u00e0 trans-genere, Fernanda crea se stessa per mezzo di impianti e silicone. Ma il risultato non \u00e8 la realt\u00e0 virtuale di una sessualit\u00e0 immaginata, bens\u00ec un\u2019approfondita esplorazione del dolore<a title=\"\" href=\"#_ftn43\">[43]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Ritengo che l\u2019accento posto qui sull\u2019aspetto negativo e doloroso della frammentazione debba essere connesso alla necessit\u00e0 di distinguere Fernanda (\u00abla protagonista di un\u2019autobiografia\u00bb) da Princesa (\u00abil personaggio di un libro\u00bb). Infatti \u2013 mentre gli intellettuali che avevano riconosciuto il valore del libro, dapprincipio, le avevano identificate in una sola persona \u2013 il ritorno alla prostituzione, al carcere e infine il suicidio di Fernanda ci costringono a riconoscere la differenza tra l\u2019autrice e il suo personaggio. Il manoscritto originale rimane tuttora inedito (ad esclusione del frammento citato sopra, pubblicato sulla rivista <i>Caff\u00e8<\/i>), perci\u00f2, nell\u2019impossibilit\u00e0 di identificare chiaramente il ruolo svolto da Jannelli nel trasformare Fernanda \u2013 \u00abperaltro, su richiesta di lei\u00bb \u2013 in Princesa, un personaggio della finzione letteraria, Portelli preferisce restituirci la brutalit\u00e0 della verit\u00e0 storica e sottolineare il dolore e la sofferenza, pi\u00f9 che la costruzione consapevole di una nuova identit\u00e0. Ribadire la differenza tra Fernanda e Princesa mi sembra comunque un atto doveroso per riconoscere la complessit\u00e0 di questo testo, la cui forma rispecchia un lungo lavoro non solo di trascrizione-traduzione ma di vero e proprio montaggio e assemblaggio con altre fonti, altri racconti e immaginazioni: dunque non la testimonianza di un\u2019esperienza \u201cautentica\u201d, ma il tentativo di rappresentare nella scrittura il \u00abcortocircuito\u00bb tra i differenti percorsi dei co-autori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Da una parte c\u2019\u00e8 il duplice movimento di Maurizio Jannelli verso quella che si percepisce come un\u2019assoluta alterit\u00e0: dapprima il sogno, \u00abuna sorta di allucinazione personale\u00bb, affrontato per ricostruire dal chiuso della sua cella l\u2019ambientazione del Nordeste del Brasile, attraverso le pagine di Guimar\u00e3es Rosa e i racconti degli altri detenuti che avevano trascorso in quel paese la loro latitanza. A questo primo movimento si aggiunge un secondo viaggio, quello pi\u00f9 difficile, per vestire i panni di Fernanda ed entrare nel corpo di una persona transessuale: \u00abE devo dire che questa \u00e8 stata forse l\u2019esperienza pi\u00f9 ricca \u2013 sostiene Jannelli \u2013 che mi ha letteralmente scaraventato <i>dentro le ragioni dell\u2019Altro<\/i>\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn44\">[44]<\/a> (o dell\u2019altra, al femminile, visto che la protagonista \u00e8 una trans MtF, <i>male to female<\/i>).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dall\u2019altra parte c\u2019\u00e8 il viaggio reale di Fernandinho: da un villaggio del Nordeste brasiliano alla fuga disastrosa verso le grandi metropoli prima del Brasile e poi dell\u2019Europa; a cui si affianca la metamorfosi del corpo maschile in corpo femminile, che gli permetter\u00e0 di diventare Fernanda. E in Europa comincia anche la nuova vita di Princesa che, solo dopo l\u2019applicazione delle protesi di silicone al seno, scopre finalmente<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">cosa volesse dire essere donna in mezzo a mille sconosciuti. Cambi\u00f2 tutto, persino i suoni della mia lingua vibrarono diversi. Cambiai anch\u2019io. Fui letteralmente trascinata <i>in un mondo altro<\/i>: quello delle donne\u00bb.<a title=\"\" href=\"#_ftn45\">[45]<\/a><\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Come nel gioco di parole suggerito sopra da Jannelli, il \u00abseno\u00bb che Princesa si \u00e8 costruito artificialmente \u00e8 anche un \u00absegno\u00bb del suo attraversamento dei confini di genere. Infatti, il seno \u2013 sostiene Angela D\u2019Ottavio \u2013 \u00e8 \u00abun significante privilegiato per analizzare, attraversare e far saltare diversi confini\u00bb, come quelli tra maschile e femminile o tra naturale e artificiale, sui quali si fonda la produzione, sociale e semiotica, non solo del genere ma del nostro stesso essere umani<a title=\"\" href=\"#_ftn46\">[46]<\/a>. Eppure Fernanda rimane comunque sempre in bilico tra la volont\u00e0 di divenire donna (\u00ablo conquister\u00f2 come una donna conquista un uomo. I miei seni cresceranno. I miei fianchi saranno perfetti, come quelli di Rubirosa\u00bb) e la certezza di non poterlo essere mai completamente (\u00abNon riuscir\u00f2 mai ad essere donna giorno e notte\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn47\">[47]<\/a>):<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">In molti sanno, capiscono. Vedono, eppure si comportano <i>come se<\/i> io fossi tutta donna. E quel <i>come se<\/i> per me \u00e8 gi\u00e0 tanto. Forse tutto. Nell\u2019imbarazzo di un disagio i pi\u00f9 s\u2019appoggiano all\u2019apparenza del convenzionale: seni culo tuttoapposto, allora signorina. Nella spiaggia come al ristorante. E per me \u00e8 un\u2019altra vita<a title=\"\" href=\"#_ftn48\">[48]<\/a>.<\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Se lo sguardo della gente la condanna a rimanere per sempre \u00abl\u2019uomodonna\u00bb, il \u00abmaschiofemmina\u00bb, cio\u00e8 un soggetto perennemente in transito, \u00abuna cosa di mezzo\u00bb, \u00abnon proprio una donna, ma la figura di una donna\u00bb; sar\u00e0 soprattutto l\u2019esperienza del carcere \u2013 un carcere maschile, perch\u00e9 sui documenti Fernanda \u00e8 ancora registrata come un uomo \u2013 a ribadire l\u2019assurdit\u00e0 di una logica dualistica che contrappone il maschile al femminile: \u00abL\u00ec [in carcere] io abito in un ambiente dove un transessuale che pi\u00f9 femmina che \u00e8 ma chiamano sempre al maschile\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn49\">[49]<\/a>. La societ\u00e0 con cui si scontra Fernanda Farias de Albuquerque sembra ancora incapace di concepire una differenza che sia al di l\u00e0 dell\u2019opposizione binaria tra maschile e femminile, una societ\u00e0 che \u00e8 incapace di comprendere e sostenere \u00abil problema che accade ai confronti di queste persone che sarebbe le persone del terzo sesso, o persone del terzo, diciamo, mondo\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn50\">[50]<\/a>. L\u2019italiano incerto dell\u2019autrice non dovrebbe sminuire l\u2019estrema lucidit\u00e0 di una tale osservazione, che sottintende una profonda intuizione delle disuguaglianze globali fondate sulle intersezioni di genere, classe ed etnicit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ed \u00e8 proprio qui che entra in gioco la funzione terapeutica della scrittura: infatti per Fernanda Farias de Albuquerque scrivere rappresenta forse l\u2019unica risposta possibile all\u2019esigenza di proporre un\u2019ironica auto-rappresentazione che \u2013 proprio a partire dalle continue conferme e disconferme della propria identit\u00e0, dagli sguardi, dai comportamenti e dalle parole dei suoi interlocutori \u2013 sveli i paradossi che si celano dietro alla violenza definitoria degli altri. L\u2019ironia dell\u2019autrice traspare spesso sia nelle descrizioni dei \u00abvizi\u00bb, delle richieste e delle ipocrisie dei clienti italiani (contrapposti a quelli dei maschi brasiliani), sia nei resoconti dei giudizi contraddittori con cui Fernanda\/Princesa si scontra quotidianamente. Ed \u00e8 proprio a partire da questa caratteristica della narrazione che ho pensato di seguire la suggestione proposta da Alessandro Portelli, leggendo <i>Princesa<\/i> alla luce delle riflessioni di Donna Haraway sul <i>cyborg. <\/i>La studiosa femminista statunitense ha definito infatti il <i>cyborg<\/i> come \u00abun ironico mito politico\u00bb, come una strategia retorica per costruire \u00abuna via di uscita dal labirinto di dualismi attraverso i quali abbiamo spiegato a noi stessi i nostri corpi e i nostri strumenti\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn51\">[51]<\/a>. L\u2019ironia dunque si configura qui non solo come una figura retorica ma come una strategia politica radicale, che ci consente di uscire dall\u2019illusione di una visione unilaterale di noi stesse e del mondo, per guardare da entrambe le prospettive a un tempo, mostrando sia il dominio, sia le inimmaginabili possibilit\u00e0 dell\u2019altra posizione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se i nostri corpi sono mappe del potere e dell\u2019identit\u00e0 \u2013 come Haraway sostiene \u2013 allora il corpo <i>cyborg<\/i> non fa eccezione, non cerca un\u2019identit\u00e0 unitaria e quindi non genera quegli antagonistici dualismi che sono da sempre la chiave del pensiero occidentale: \u00abconsidera pi\u00f9 seriamente l\u2019aspetto parziale, a volte fluido, del sesso e dell\u2019abitare sessualmente il corpo\u00bb<a title=\"\" href=\"#_ftn52\">[52]<\/a>. Ecco perch\u00e9 il \u00absoggetto <i>cyber<\/i>\u00bb ha suscitato un tale interesse nel femminismo contemporaneo: perch\u00e9 rappresenta la figurazione pi\u00f9 appropriata per tutte quelle identit\u00e0 sessuali minoritarie che trasgrediscono i confini del genere e che cercano una via d\u2019uscita dal dualismo eterosessualit\u00e0\/omosessualit\u00e0 che \u00e8 intrinseco alla nozione di un soggetto universale<a title=\"\" href=\"#_ftn53\">[53]<\/a>. Il mondo <i>cyborg<\/i> coincide allora con l\u2019utopia di un mondo senza il genere \u2013inteso come una costruzione normativa a cui tutti soggetti dovrebbero per forza uniformarsi \u2013 un mondo che non teme identit\u00e0 parziali, <i>in transito<\/i>, e nemmeno punti di vista contraddittori: perch\u00e9 non aspira a costruire una teoria totale e totalizzante, ma si limita a sperimentare la continua costruzione e decostruzione dei confini. Il racconto dell\u2019esperienza transessuale in <i>Princesa<\/i> \u00e8 stato letto anche come una metafora della condizione di dualit\u00e0 e di ambiguit\u00e0 che caratterizza l\u2019esperienza migratoria<a title=\"\" href=\"#_ftn54\">[54]<\/a>, ma quello che vorrei sottolineare qui, invece, \u00e8 il nesso tra la figurazione del <i>cyborg <\/i>\u2013 che ci offre appunto la possibilit\u00e0 di superare i dualismi maschile\/femminile, s\u00e9\/altra, naturale\/artificiale \u2013 e l\u2019esperienza transessuale. Secondo Porpora Marcasciano, infatti,<\/p>\n<blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Un importante insegnamento dell\u2019esperienza trans \u00e8 proprio nel percorso, in quel passaggio che genera movimento e movimento nel movimento, nello sfalsamento di prospettiva che offre nuovi punti di vista, nell\u2019esodo da un sesso all\u2019altro, da un genere all\u2019altro, in quel nomadismo che ci stacca dalle certezze e ci spinge a ricercare un nuovo punto, un nuovo mondo.<a title=\"\" href=\"#_ftn55\">[55]<\/a><\/p>\n<\/blockquote>\n<p style=\"text-align: justify\">Non so se Fernanda Farias de Albuquerque si sarebbe riconosciuta in un mito postmoderno frutto dell\u2019immaginazione di \u00abuna femminista invasata\u00bb \u2013 come ironicamente si autodefinisce l\u2019autrice del <i>Manifesto Cyborg<\/i> \u2013 e ovviamente Haraway, scrivendo, non aveva in mente l\u2019autobiografia cruda e violenta di una transessuale brasiliana immigrata in Italia. Ma non \u00e8 questo il punto. Personalmente leggo in <i>Princesa<\/i> il racconto di un corpo bloccato sul confine tra un\u2019identit\u00e0 sessuale e l\u2019altra: paradossalmente questo si traduce sia in infinite possibilit\u00e0, sia nell\u2019angoscia profonda della marginalit\u00e0 e dell\u2019esclusione; la protagonista si scontra infatti con una norma sociale e culturale che la svaluta nello stesso momento in cui fa di lei un oggetto del desiderio maschile, che la considera come una merce a buon mercato o come un prodotto \u201cesotico\u201d da consumare. Mentre leggo in Donna Haraway la capacit\u00e0 di riconoscere il potenziale liberatorio delle tecnologie, pur mantenendo sempre una profonda consapevolezza dei paradossi, delle ineguaglianze e delle forme di sfruttamento, in una parola delle ingiustizie che l\u2019\u00abinformatica del dominio\u00bb comporta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sulla base dell\u2019affinit\u00e0 (cio\u00e8 una \u00abparentela non per sangue ma per scelta\u00bb, come ci insegna Haraway) che individuo in questi due testi cos\u00ec diversi, e a partire della sensazione di complicit\u00e0 reciproca che essi suscitano in me, ho voluto proporre qui solo un\u2019alleanza: \u00abun\u2019unit\u00e0 poetico\/politica\u00bb che non sia basata sull\u2019identit\u00e0, n\u00e9 su una logica di appropriazione e incorporazione, ma sulla necessit\u00e0 di proporre strategie oppositive ed efficaci contro le dominazioni di genere, sessualit\u00e0, razza e classe.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><em>\u201cAltre\u201d da chi?<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come sostengono le femministe afroamericane e postcoloniali, la possibilit\u00e0 di costruire alleanze e coalizioni tra le donne (e con le soggettivit\u00e0 lesbiche, gay e transessuali) che attraversino i confini di genere, classe, razza e appartenenza nazionale \u2013 un \u00abfemminismo senza frontiere\u00bb, come direbbe Chandra Talpade Mohanty \u2013 non si pu\u00f2 fondare solo su una comune esperienza di oppressione (che farebbe delle donne o delle minoranze sessuali un gruppo naturale, precostituito e dotato di caratteristiche omogenee), ma sul riconoscimento delle reciproche differenze e su una seria politica del posizionamento<a title=\"\" href=\"#_ftn56\">[56]<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Dunque, di fronte alla presenza significativa di autrici che prendono la parola proprio a partire dall\u2019esperienza delle migrazioni e dalla consapevolezza della propria presunta alterit\u00e0, il femminismo italiano oggi non pu\u00f2 prescindere dalla necessit\u00e0 di interrogarsi sulle differenze e sulle relazioni di potere tra le donne \u2013 e tra le donne e le soggettivit\u00e0 LGBTQI \u2013, cogliendo la sfida a costruire un \u201cnoi\u201d del pensiero e della pratica femminista che sia capace di superare una volta per tutte la contrapposizione binaria tra \u201cs\u00e9\u201d e \u201caltre\u201d.<\/p>\n<div style=\"text-align: justify\">\n<p>&nbsp;<\/p>\n<hr align=\"left\" size=\"1\" width=\"33%\" \/>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref1\">[1] <\/a>Per un resoconto di questi dibattiti, che hanno prodotto un\u2019ampia bibliografia, rimando ai due fascicoli della rivista <i>DWF<\/i> curati dal Laboratorio di studi femministi \u00abAnna Rita Simeone\u00bb Sguardi sulle Differenze: \u201cModelli femminili\u201d, <i>DWF<\/i>, n. 3-4 (87-88), luglio-dicembre 2010; \u201cLibert\u00e0. I percorsi del femminismo\u201d, <i>DWF<\/i>, n. 3-4 (91-92), luglio-dicembre 2011.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref2\">[2]<\/a> Segnalo qui solo due interventi che costituiscono delle significative eccezioni: la lettera indirizzata all\u2019allora presidente del consiglio dalla scrittrice albanese E. Dones, \u201cIn nome delle belle ragazze albanesi \u00abSignor Berlusconi, basta battutacce\u00bb\u201d, <i>Repubblica<\/i>, 15 febbraio 2010, <a href=\"http:\/\/www.repubblica.it\/politica\/\u00ad2010\/02\/15\/news\/scrittrice_albanese-2292563\">http:\/\/www.repubblica.it\/politica\/\u00ad2010\/02\/15\/news\/scrittrice_albanese-2292563<\/a>; l\u2019appello rivolto alle donne impegnate nella politica dalla poeta, scrittrice e attivista contro la tratta I. Aikpitanyi, \u201cLa percezione del femminicidio e della violenza fra le vittime della tratta\u201d, 2 gennaio 2013, <a href=\"http:\/\/www.africa-news.eu\/italiano\/italia\/5023-la-percezione-del-femminicidio-e-della-violenza-fra-le-vittime-della-tratta.html\">http:\/\/www.africa-news.eu\/italiano\/italia\/5023-la-percezione-del-femminicidio-e-della-violenza-fra-le-vittime-della-tratta.html<\/a>.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref3\">[3]<\/a> C. Bonfiglioli,<strong> \u201c<\/strong><em>Intersezioni di razzismo e sessismo nell\u2019Italia contemporanea. Una cartografia critica dei recenti dibattiti femministi\u201d<\/em>, trad. it., <i>DWF<\/i>, n. 3-4(87-88), 2010, p. 64.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref4\">[4]<\/a> Per un\u2019analisi di questi stereotipi nella letteratura italiana contemporanea, nelle opere di scrittrici e scrittori italiane\/i e migranti, cfr. M. C. Mauceri, M. G. Negro, <i>Nuovo immaginario italiano. Italiani e stranieri nella letteratura italiana contemporanea<\/i>, Sinnos, Roma 2009.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref5\">[5]<\/a> M. Coppola, \u201c\u2018Rented spaces\u2019: Italian postcolonial literature\u201d, in S. Ponzanesi, B.B. Blagaard (eds.), <i>Deconstructing Europe. Postcolonial Perspectives<\/i>, Routledge, London 2012, p. 123 (traduzione mia).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref6\">[6]<\/a> Al tema dell\u2019alterit\u00e0 femminile nelle scritture di donne che vivono ai confini tra due o pi\u00f9 culture \u00e8 dedicato il libro di L. Curti, <i>La voce dell\u2019altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale<\/i>, Meltemi, Roma, 2006.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref7\">[7]<\/a> C. de Caldas Brito, <i>Amanda Olinda Azzurra e le altre<\/i>, Lilith, Roma 1998 (le citazioni che seguono si riferiscono a questa prima edizione); seconda edizione O\u00e8dipus, Roma 2004; nel 2003 questa prima raccolta di racconti ha vinto il premio di scrittura femminile \u201cIl Paese delle donne\u201d. L\u2019autrice ha pubblicato anche un\u2019altra raccolta di racconti, <i>Qui e l\u00e0<\/i>, Cosmo Iannone, Isernia 2004; un romanzo, <i>Cinquecento temporali<\/i>, Cosmo Iannone, Isernia 2006; un racconto per bambini, <i>La storia di Adelaide e Marco<\/i>, Edizioni Il Grappolo, Sant\u2019Eustachio di Mercato San Severino (Salerno) 2000; un manuale di scrittura creativa, <i>Viviscrivi. Verso il tuo racconto<\/i>, Eks&amp;Tra, San Giovanni in Persiceto (Bologna) 2008. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito http:\/\/www.miscia.com\/\u00adchristiana. In occasione degli esami di maturit\u00e0 nel 2006, una riflessione dell\u2019autrice sull\u2019esperienza dell\u2019emigrazione \u00e8 stata proposta come tema per l\u2019elaborazione di un saggio breve (cfr. <a href=\"http:\/\/www.miscia.com\/christiana\/docu\u00admenti.htm#2006%20maturit%C3%A0\">http:\/\/www.miscia.com\/christiana\/docu\u00admenti.htm#2006%20maturit%C3%A0<\/a>).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref8\">[8]<\/a> F. Farias de Albuquerque, M. Jannelli, <i>Princesa<\/i>, Sensibili alle Foglie, Roma 1994; seconda edizione Marco Tropea, Roma 1997 (per le citazioni uso qui la seconda edizione). Nel 1996 Fabrizio De Andr\u00e9 ha tratto ispirazione dal testo per una sua canzone e successivamente sono stati realizzati anche un documentario e un film; per un\u2019analisi del complesso percorso biblio-disco-filmografico dell\u2019opera rimando a U. Fracassa, \u201cIl viaggio intertestuale di <i>Princesa<\/i>\u201d, in <i>Patria e lettere. Per una critica della letteratura postcoloniale e migrante in Italia<\/i>, Giulio Perrone, Roma, 2012, pp. 114-136.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref9\">[9]<\/a> N. Puwar, <i>Space Invaders. Race, Gender and Bodies out of Place<\/i>, Berg, Oxford-New York 2004.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref10\">[10]<\/a> Alla centralit\u00e0 delle migrazioni nei processi di trasformazione dell\u2019italianit\u00e0 \u00e8 dedicato un recente fascicolo di <i>Zapruder<\/i>: A. Brazzoduro-E. Capussotti-S.Marchetti (a cura di), \u201cMade in Italy. Identit\u00e0 in migrazione\u201d, <i>Zapruder. Rivista di storia della conflittualit\u00e0 sociale<\/i>, n. 28, 2012. Per un\u2019analisi dell\u2019impatto dell\u2019immigrazione sul femminismo italiano rimando invece a W. Pojmann, <i>Donne immigrate e femminismo in Italia<\/i>, trad. it., Aracne, Roma 2010.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref11\">[11]<\/a> Da una e-mail di Christiana de Caldas Brito del 14 marzo 2003.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref12\">[12]<\/a> C. de Caldas Brito, <i>Amanda Olinda Azzurra<\/i>, cit., p. 114.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref13\">[13]<\/a> C. Bonadonna, \u201cEstasi e saudade, C. de Caldas Brito\u201d, in <i>RaiLibro. Settimanale di letture e scritture<\/i>, anno I, n. 9, 23 giugno 2003, http:\/\/www.railibro.rai.it\/interviste.asp?id=28.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref14\">[14]<\/a> C. de Caldas Brito, <i>Amanda Olinda Azzurra<\/i>, cit., p. 119 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref15\">[15]<\/a> <i>Giocare con le parole<\/i> \u00e8 il titolo di un\u2019intervista all\u2019autrice inclusa in D. Bregola, <i>Da qui verso casa<\/i>, Edizioni Interculturali, Roma 2002, pp. 101-102.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref16\">[16]<\/a> C. de Caldas Brito, <i>Amanda Olinda Azzurra<\/i>, cit., p. 118.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref17\">[17]<\/a> Ivi, p. 11 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref18\">[18]<\/a> Cfr. G. Deleuze, F. Guattari, <em>Kafka. Per una letteratura minore<\/em>, trad. it., Feltrinelli, Milano 1975,<i> <\/i>p. 38.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref19\">[19]<\/a> Ivi, p. 56 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref20\">[20]<\/a> Ivi, p. 17.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref21\">[21]<\/a> Ivi, p. 113.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref22\">[22]<\/a> F. Sinopoli, \u201cIntroduzione\u201d, ivi, p. 9.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref23\">[23]<\/a> Il racconto \u00e8 stato pubblicato inizialmente sul sito <a href=\"http:\/\/digilander.libero.it\/%1fvocidalsilenzio\/polpastrello.htm\">http:\/\/digilander.libero.it\/\u00advocidalsilenzio\/polpastrello.htm<\/a>; poi in A. Gnisci, N. Moll (a cura di), <i>Diaspore Europee &amp; Lettere Migranti<\/i>, Edizioni Interculturali, Roma 2002, pp. 46-49 e successivamente nella raccolta di racconti <i>Qui e l\u00e0<\/i>, cit., pp. 89-93.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref24\">[24]<\/a> C. de Caldas Brito, <i>Qui e l\u00e0<\/i>, cit., p. 89.<\/p>\n<\/div>\n<div><a title=\"\" href=\"#_ftnref25\">[25]<\/a> Cfr. A. Portelli, \u201cFingertips stained with ink. Notes on New \u2018Migrant Writing\u2019 in Italy\u201d, <i>Interventions: International Journal of Postcolonial Studies<\/i>, Volume 8, Issue 3, 2006, pp. 472-483.<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref26\">[26]<\/a> Ivi, p. 474 (traduzione mia).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref27\">[27]<\/a> Cfr. G. Anzald\u00f9a, <i>Terre di confine\/La frontera<\/i>, trad. it., Palomar, Bari 2000. Qui il senso della ferita che taglia in due il corpo della lesbica (\u00abmezza e mezza\u00bb), facendo di lei \u00abuno strano doppio, una deviazione della natura che mette orrore, una creatura dalla natura invertita\u00bb (pp. 47-48), allude a una molteplicit\u00e0 non pacificata e a una frammentazione linguistico-culturale-sessuale che si d\u00e0 anche come minaccia e come dolore.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref28\">[28]<\/a> C. de Caldas Brito, \u201cL\u2019apporto degli scrittori migranti nella letteratura e nella societ\u00e0 italiana\u201d, in R. Sangiorgi (a cura di), <i>Gli scrittori della migrazione<\/i>, n.1, anno 2003, p. 13 (corsivo mio); la rivista \u00e8 disponibile sul sito <a href=\"http:\/\/www.eksetra.net\">http:\/\/www.eksetra.net<\/a>.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref29\">[29]<\/a> Premiato nella prima edizione del concorso letterario nazionale per scrittori migranti promosso dall\u2019associazione \u201cEks&amp;Tra\u201d, il racconto \u00e8 stato pubblicato inizialmente nell\u2019antologia <i>Le voci dell\u2019arcobaleno<\/i>, a cura di R. Sangiorgi, A. Ramberti, Fara Editore, Santarcangelo di Romagna (Rimini) 1995, pp. 54-57. Nel 1998 una nuova versione, parzialmente rivista e ampliata, \u00e8 stata inclusa nella raccolta <i>Amanda Olinda Azzurra<\/i>, cit., pp. 29-34. La traduzione inglese, di R. A. Franconi e G. Parati, \u00e8 in G. Parati (eds), <i>Mediterranean Crossroads. <\/i><i>Migration Literature in Italy<\/i>, Fairleigh Dickinson University Press, Madison 1999, pp. 162-164. Dal racconto \u00e8 stato tratto anche un monologo teatrale, pi\u00f9 volte rappresentato in diverse citt\u00e0 italiane dal 1996 a oggi.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref30\">[30]<\/a> Cfr. M. C. Mauceri, \u201cLa scrittura come ponte tra due culture e realt\u00e0 diverse\u201d, in <i>El Ghibli rivista online di letteratura della migrazione<\/i>, Anno 4, Numero 16, giugno 2007, supplemento dedicato a Christiana de Caldas Brito, <a href=\"http:\/\/www.el-ghibli.provincia.bologna.it\">http:\/\/www.el-ghibli.provincia.bologna.it<\/a>.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref31\">[31]<\/a> S. Marchetti, \u201cServa &amp; Padrona\u201d, in S. Marchetti-J.M.H. Mascat-V. Perilli (a cura di), <i>Femministe a parole. Grovigli da districare<\/i>, Ediesse, Roma 2012, pp. 253-256. Oltre a questo breve testo, Marchetti \u00e8 autrice di diverse pubblicazioni sui temi della migrazione e del lavoro di cura; per un approfondimento rimando in particolare a <i>Le ragazze di Asmara. Lavoro domestico e migrazioni postcoloniali<\/i>, Ediesse, Roma 2011.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref32\">[32]<\/a> Ivi, p. 254.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref33\">[33]<\/a> S. Marchetti, <i>op. cit.<\/i>, p. 256.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref34\">[34]<\/a> C. Romeo, \u201cRappresentazioni di razza e nerezza in vent\u2019anni di letteratura postcoloniale afroitaliana\u201d, in F. Pezzarossa, F. Rossini, <i>Vent\u2019anni di scritture della migrazione in Italia<\/i>, Clueb, Bologna 2011, p.142. Il neologismo citato da Romeo \u00e8 tratto da N. Nzegwu, \u201cSisterhood\u201d, in O. Oy\u00e8w\u00f9mi (ed.), <i>African Women and Feminism: Reflecting on the Politics of Sisterhood<\/i>, Africa World Press, Trenton 2003, pp. vii-viii.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref35\">[35]<\/a> Si tratta di un procedimento analogo a quello rilevato da Gilles Deleuze nel teatro di Carmelo Bene, che agisce per sottrazione degli elementi del potere: il servo acquisisce autonomia a partire dall\u2019amputazione del padrone, facendo scaturire la proliferazione di qualcosa di inatteso, come una protesi. Cfr. G. Deleuze, \u201cUn manifesto di meno\u201d, in C. Bene, G. Deleuze, <i>Sovrapposizioni<\/i>, Feltrinelli, Milano 1978, pp. 69-92.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref36\">[36]<\/a> F. F. de Albuquerque, M. Jannelli, <i>Princesa,<\/i> cit., p.57.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref37\">[37]<\/a> D. J. Haraway, <i>Manifesto Cyborg. <\/i><i>Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo<\/i>, trad. it., Feltrinelli, Milano 1995.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref38\">[38]<\/a> Nei primi anni novanta l\u2019industria culturale italiana ha manifestato un certo interesse per il fenomeno dell\u2019immigrazione, che si \u00e8 tradotto nella pubblicazione di testi autobiografici di scrittori e scrittrici migranti, a cui la casa editrice affiancava spesso un co-autore italiano, col fine di \u201cnormalizzare\u201d il loro plurilinguismo. Per un\u2019analisi del genere delle \u201cautobiografie collaborative\u201d cfr. C. Romeo, \u201cEsuli in Italia. Vent\u2019anni di letteratura della migrazione e di letteratura italiana postcoloniale in Italia: un excursus\u201d, <i>Bollettino di italianistica<\/i>, n. 2, 2011, pp. 381-408.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref39\">[39]<\/a> F. F. de Albuquerque, M. Jannelli, \u201cLa figura di una donna\u201d, in <i>Caff\u00e8, per una letteratura multiculturale<\/i>, n.1, 1994, pp. 4-5 (corsivi miei). In queste stesse pagine compare anche l\u2019unico frammento del manoscritto originale che sia mai stato pubblicato finora.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref40\">[40]<\/a> D. J. Haraway, <i>Manifesto<\/i> <i>cyborg<\/i>, cit., p.76.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref41\">[41]<\/a> N. Ngana, \u201cPrigione\u201d, in <i>\u00d1hind\u00f4 Nero<\/i>, Anterem, Roma 1994, pp. 134-35.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref42\">[42]<\/a> A Portelli, \u201cLe origini della letteratura afroitaliana e l\u2019esempio afroamericano\u201d, in <i>L\u2019ospite ingrato. Annuario del Centro Studi Franco Fortini<\/i>, Anno III, 2001, pp. 69-86. Poi anche in <i>El Ghibli rivista online di letteratura della migrazione<\/i>, Anno 0, n. 3, marzo 2004, http:\/\/www.el-ghibli.provincia.bologna.it.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref43\">[43]<\/a> Ivi, p. 75.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref44\">[44]<\/a> F. F. de Albuquerque, M. Jannelli, \u201cLa figura di una donna\u201d, cit., p. 5 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref45\">[45]<\/a> F. F. de Albuquerque, M. Jannelli, <i>Princesa,<\/i> cit., p. 60 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref46\">[46]<\/a> A. D\u2019Ottavio, \u201cI sensi del seno: immagini e parole sui confini del corpo, del genere e dell\u2019umano\u201d, in E. Bell\u00e8-B. Poggio-G. Selmi (a cura di), <i>Attraverso i confini del genere. Atti del secondo convegno nazionale del Centro di Studi Interdisciplinari sul Genere<\/i>, Universit\u00e0 degli studi di Trento, Trento 2012, p. 305.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref47\">[47]<\/a> Ivi, p. 50.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref48\">[48]<\/a> Ivi, p. 60 (corsivo mio).<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref49\">[49]<\/a> F. F. de Albuquerque, M. Jannelli, \u201cLa figura di una donna\u201d, cit., p. 5.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref50\">[50]<\/a> Ivi, p. 4.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref51\">[51]<\/a> D. J. Haraway, <i>Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo<\/i>, trad. it., Feltrinelli, Milano 1995, p. 86.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref52\">[52]<\/a> Ivi, p. 83.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref53\">[53]<\/a> R. Braidotti, \u201cLa molteplicit\u00e0: un\u2019etica per la nostra epoca, oppure meglio cyborg che dea\u201d, in D. J. Haraway, <i>Manifesto Cyborg<\/i>, cit., p. 23.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref54\">[54]<\/a> Cfr. A. Proto Pisani, \u201cL\u2019identit\u00e0 ambigua: il corpo maschile e femminile in <i>Princesa<\/i> di Fernanda Farias de Albuquerque\u201d, in <i>Narrativa<\/i>, n. 30, 2008, pp. 241-256; D. Comberiati, <i>Scrivere nella lingua dell\u2019altro: la letteratura degli immigrati in Italia (1989-2007)<\/i>, Peter Lang, Bruxelles 2010.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref55\">[55]<\/a> P. Marcasciano, \u201cTrans, donne e femministe, coscienze divergenti e\/o sincroniche\u201d, in T. Bertilotti <i>et al<\/i>. (a cura di), <i>Altri femminismi. Corpi Culture Lavoro<\/i>, manifestolibri, Roma 2006, p. 53.<\/p>\n<\/div>\n<div>\n<p><a title=\"\" href=\"#_ftnref56\">[56]<\/a> Cfr. C. T. Mohanty, <i>Femminismo senza frontiere. Teorie, differenze, conflitti<\/i>, trad. it., Ombre Corte, Verona 2012.<\/p>\n<\/div>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo testo \u00e8 stato pubblicato nel volume Questioni di genere: tra vecchi e nuovi pregiudizi e nuove o presunte libert\u00e0, a cura di Margarete Durst e Sonia Sabelli, ETS, Pisa 2013, pp. 185-208. Qui la versione pdf. 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