{"id":2511,"date":"2013-05-09T22:17:22","date_gmt":"2013-05-09T20:17:22","guid":{"rendered":"http:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2511"},"modified":"2013-05-10T11:15:43","modified_gmt":"2013-05-10T09:15:43","slug":"paola-di-cori-ancora-sulla-storia-degli-studi-di-genere-nomi-linguaggi-contesti-che-cambiano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2511","title":{"rendered":"Paola Di Cori: Ancora sulla storia degli studi di genere"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Grazie a Paola Di Cori per aver inserito <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2480#comment-13625\">un commento<\/a> in questo spazio. Pi\u00f9 che un commento, il suo \u00e8 un intervento prezioso per lucidit\u00e0, intelligenza e coraggio intellettuale, perci\u00f2 ho pensato che meritasse maggiore visibilit\u00e0. Tramite Liliana Ellena, che ringrazio, pubblico anche i file pdf di due articoli che approfondiscono la storia degli studi di genere in Italia:<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify\">Paola Di Cori e Franca Balsamo, <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2013\/05\/ACHAB2010BalsamoDiCori.pdf\"><em><strong>Il libretto bianco. Post-scriptum, febbraio 2010<\/strong><\/em><\/a>, in \u00abAChAB &#8211; Rivista di Antropologia\u00bb, Numero XV, settembre 2010;<\/li>\n<li style=\"text-align: justify\">Paola Di Cori, <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2013\/05\/Achab2010.pdf\"><strong><em>Sotto mentite spoglie. Gender Studies in Italia<\/em><\/strong><\/a>, in corso di pubblicazione in <em>On ne na\u00eet pas&#8230; on le devient. Les gender studies et le cas italien<\/em>, a cura di Lisa El Ghaoui e Filippo Fonio, Grenoble, Ellug, 2013 [si prega di utilizzare questo riferimento in caso di citazione].<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify\">Grazie ancora all&#8217;autrice per aver scelto di condividere questi importanti contributi e buona lettura!<\/p>\n<blockquote>\n<h2 style=\"text-align: justify\"><strong>Paola Di Cori<\/strong><\/h2>\n<h2 style=\"text-align: justify\"><em><strong>Ancora sulla storia degli studi di genere.<br \/>\nNomi, linguaggi, contesti che cambiano<\/strong><\/em><\/h2>\n<p style=\"text-align: justify\"><a href=\"http:\/\/marginaliavincenzaperilli.blogspot.it\/2013\/04\/paola-di-cori-linvisibilita-degli-studi.html\">Come ho gi\u00e0 avuto modo di scrivere<\/a>, condivido le posizioni espresse dall\u2019appello di <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2480\">Laura Corradi<\/a> e dal documento <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2388\">Dal margine degli studi di genere<\/a> firmato da ricercatrici di varie citt\u00e0. Vorrei aggiungere alcune osservazioni a quanto ha scritto <a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/?p=2437\">Alisa Del Re<\/a> a proposito del corso su Politiche di Pari Opportunit\u00e0 avviato a Padova nel 2003-04.<br \/>\nPer brevit\u00e0 sono costretta a riassumere problemi complessi, ma almeno su due punti mi interessa intervenire. Il primo si riferisce alla storia degli studi di genere in Italia; il secondo ai tanti nomi che li hanno definiti e chiamati nel corso degli oltre 40 anni della loro esistenza. I due aspetti sono collegati in maniere tutt\u2019altro che casuali. E\u2019 indispensabile a questo punto \u201cun po\u2019 di storia\u201d, per riprendere Alisa Del Re; altrimenti si potrebbe pensare che i baroni cattivi, le censure e la marginalit\u00e0 siano diventati una dura realt\u00e0 soprattutto negli ultimi anni, accelerati dal taglio dei finanziamenti alle universit\u00e0; una beffa estrema della emergenza economica del paese. Sarebbe come credere che la crisi politica dell\u2019Italia \u00e8 solo colpa di Berlusconi.<br \/>\nCom\u2019\u00e8 facile immaginare, le cose sono un po\u2019 pi\u00f9 complicate, sia in politica che riguardo agli studi di genere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><!--more-->Per le e i pi\u00f9 giovani, e per sommi capi, \u00e8 bene sapere che si tratta di una storia niente affatto recente in Italia. Ricordo in proposito che una prima rassegna di quanto si stava facendo fin dai primi anni \u201970 era stata pubblicata in inglese pi\u00f9 di 30 anni fa, a cura di Laura Balbo e Yasmine Ergas (<em>Women\u2019s Studies in Italy<\/em>, 1979, Women\u2019s Press, Boston). Qualche anno pi\u00f9 tardi, nel 1987, il convegno di Modena intitolato <a href=\"http:\/\/www.ibs.it\/code\/9788870112849\/ricerca-delle-donne.html\"><em>La ricerca delle donne. Studi femministi in Italia<\/em><\/a> (le relazioni sono state curate da Maria Cristina Marcuzzo e Anna Rossi-Doria, Rosenberg &amp; Sellier) esibiva l\u2019enorme quantit\u00e0 di ricerche e di insegnamenti che da tempo esistevano ormai in tutto il paese. Entrambe queste pubblicazioni comprendevano apporti riguardanti settori disciplinari diversi che andavano dalle scienze sociali a quelle esatte, dalla filosofia alla letteratura, al diritto, alla medicina.<br \/>\nCome ho sostenuto in pi\u00f9 di una occasione, e vorrei insistere su questo punto, si lavorava \u2018en travesti\u2019; si insegnavano corsi e seminari, si seguivano tesi e tesine, costruivano programmi di ricerca e organizzavano incontri nazionali e internazionali, mascherando il fatto che oggetti e soggetti di studio erano donne, spesso legati alla tradizione femminista. In effetti, sarebbe stato impossibile ottenere corsi ufficialmente inclusi nell\u2019ordine degli studi, per non dire cattedre, di studi di genere. Tra le altre cose, si trattava di uno stratagemma che non riguardava soltanto le donne e i loro studi. Anche chi voleva occuparsi soltanto della biografia di un oscuro poeta del \u2018500, o della festa al santo patrono di un piccolo paese della Basilicata, lo faceva al riparo dell\u2019ombrello di un corso generale approvato dalla facolt\u00e0 e dal senato accademico. D\u2019altra parte, era abitudine che ciascuno\/a insegnasse e studiasse ci\u00f2 che voleva e come voleva. Si trattava di una concezione della \u2018libert\u00e0 docente\u2019 quanto mai ridicola, ma in molte facolt\u00e0 umanistiche (e non solo) \u00e8 tutt\u2019ora in vigore; altrimenti, come spiegarsi l\u2019ignoranza crescente dei nostri laureati?<br \/>\nFin verso la fine degli anni \u201980 non si sapeva bene neanche come chiamare le cose che studiavamo e insegnavamo; e infatti ciascuna le chiamava a suo piacimento. La parola \u2018genere\u2019 cominciava a circolare solo allora, e il suo significato rimase a lungo sufficientemente vago e comprensivo di tante cose diverse; poteva essere utilizzato per ammorbidire oscurantismi ed opposizioni ad accogliere le novit\u00e0, come anche servire a nascondere ambivalenze e perplessit\u00e0 teoriche e politiche.<br \/>\nDalla fine degli anni \u201980 in avanti ci fu un rovesciamento interessante tra le donne che questi studi li praticavano: mentre almeno fino al 1987 (con l\u2019eccezione della sociologia) protagoniste erano state soprattutto ricercatrici e precarie, una serie di concorsi promossero un certo numero di femministe come associate e ordinarie. In poco tempo si cre\u00f2 una situazione dove gerarchie, appartenenze sociali e familiari legate all\u2019establishment erano dominanti. L\u2019influenza di chi non apparteneva almeno alle due fasce superiori della docenza si indebol\u00ec fino a scomparire del tutto, e furono favoriti i legami di interesse tra la casta patriarcale e alcune accademiche pi\u00f9 fortunate e ambiziose. Tra i fenomeni cospicui del decennio dei \u201990 ci fu l\u2019impiantarsi di una doppia morale in seno a coloro che studiavano generi e differenze sessuali nella disciplina di provenienza: da un lato c\u2019era la causa comune delle donne con le sue mobilitazioni, convegni e studi specifici; dall\u2019altro, la realt\u00e0 del tempo che passava indicava l\u2019opportunit\u00e0 di impegnarsi per una affermazione personale da perseguire individualmente e in segreto. Tra le conseguenze, non ci fu nessuna reale mobilitazione nazionale e locale per introdurre gli studi di genere; nessuna sembrava veramente interessata a chiederli e a impegnarsi per ottenerli.<br \/>\nIntanto, nel corso degli anni \u201990 si crearono due importanti associazioni (<a href=\"http:\/\/www.societadellestoriche.it\/\">delle storiche<\/a> e <a href=\"http:\/\/www.societadelleletterate.it\/\">delle letterate<\/a>) e nacque la rete Athena tra le donne europee; un primo convegno a Coimbra nel 1995 lanciava un programma comune di studi di genere, al quale l\u2019Italia vi prese parte \u2018come poteva\u2019; gran parte delle docenti italiane che si occupavano di donne non vi partecip\u00f2. L\u2019iniziativa dentro le universit\u00e0 italiane era bloccata da una situazione assai arretrata dal punto di vista didattico e organizzativo, che tra le altre cose scoraggiava quegli approcci interdisciplinari su cui nei paesi anglofoni erano fioriti gli studi di genere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Intorno al 2000<\/strong><br \/>\nFino al nuovo secolo, quando ministra delle Pari opportunit\u00e0 venne nominata Laura Balbo, la quale contratt\u00f2 con i rettori la possibilit\u00e0 di introdurli in Italia, in nessuna universit\u00e0 italiana, salvo rare eccezioni, era stato possibile insegnare corsi con la denominazione ufficialmente accettata di \u201cstudi di genere\u201d o \u201cstudi delle donne\u201d; non parliamo poi di quelli gay o queer. Significa forse che si interruppero le ricerche o gli insegnamenti che ormai da decenni si svolgevano nel paese in quei settori? Certo che no. Ciascuna\/o fece come le\/gli pareva e piaceva: li chiamava come voleva, e li accettava o rifiutava per i motivi pi\u00f9 diversi \u2013 posizioni ideologiche contrarie all\u2019introduzione di questi studi nelle universit\u00e0 (come la Libreria delle Donne di Milano che adoper\u00f2 tutta la propria influenza per evitare questa eventualit\u00e0, spesso appellandosi all\u2019intimo ribrezzo nei confronti del sintagma \u2018pari opportunit\u00e0\u2019, senza avvertire che anche questa era una vuota espressione dai mille significati diversi); ambivalenza delle accademiche rispetto a danni e\/o benefici degli studi di genere per la propria carriera; last but not least, tradizionale oscurantismo della casta che continuer\u00e0 nella sua paleolitica opposizione fino al 2000, quando sar\u00e0 costretta a fare buon viso a cattivo gioco per via della riforma del 3+2, della crisi economica, delle raccomandazioni che arrivavano dalla comunit\u00e0 europea.<br \/>\nNel frattempo si sono bruciate occasioni preziose, si \u00e8 rafforzata la dialettica casta\/suddite, le generazioni di donne giovani interessate a questi studi, quando potevano, cominciarono fin dagli anni \u201990 ad andare a studiare, anche soltanto per pochi mesi, all\u2019estero; molte in Olanda ma non solo. Intanto viene spontaneo dire: grazie Utrecht, grazie Rosi Braidotti, grazie universit\u00e0 anglofone ed europee dove hanno studiato e continuano a studiare argomenti relativi alle differenze sessuali centinaia di giovani italiani\/e, dove gli studi di genere sono visibili: in molte universit\u00e0 d\u2019Italia non si vedono, le giovani donne e uomini non sanno dove trovarli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Criticare l\u2019accademia<\/strong><br \/>\nVerso la fine degli anni \u201990 il clima dentro le universit\u00e0 era diventato irrespirabile per donne e uomini, ma soprattutto per chi praticava e avrebbe voluto praticare un po\u2019 meglio e un po\u2019 di pi\u00f9 gli studi di genere.<br \/>\nAll\u2019universit\u00e0 di Torino, dove allora insegnavo presso il dipartimento di storia, ed esisteva da diversi anni il CIRSDE, insieme a Franca Balsamo, ricercatrice del dipartimento di scienze sociali, proponemmo di curare una pubblicazione sulla situazione delle donne nell\u2019universit\u00e0. Fin dall\u2019inizio avevamo chiaro l\u2019obiettivo di cominciare ad aprire un primo spiraglio nel muro esistente di silenzi, omert\u00e0, complicit\u00e0, emarginazione e disagi. Ne venne fuori una piccola pubblicazione all\u2019interno di una serie intitolata d&amp;r (donne e ricerche) del <a href=\"http:\/\/www.cirsde.unito.it\/\">Cirsde<\/a>: il n.9 del 1999. Dire che il fascicolo \u00e8 stato salutato con freddezza e ostilit\u00e0 \u00e8 poco. Nessuna collega ha voluto presentarlo, e per una strana coincidenza, la serie cess\u00f2 di uscire del tutto dopo quel numero.<br \/>\nNel giugno 2006, avendo a disposizione alcuni fondi MIUR (c\u2019erano ancora!) organizzai a Urbino, dove ho insegnato per molti anni, un incontro sulla situazione della didattica nelle scuole e nelle universit\u00e0, con la collaborazione del Centro Internazionale di Semiotica, di esperti di apprendimento e insegnanti di scuola, e di un gruppo di giovani antropologhi\/e della Bicocca che qualche mese prima del convegno pubblicarono alcuni contributi sull\u2019argomento nella loro rivista on-line \u201cAchab\u201d (n.7, febbraio 2006).<br \/>\nNel 2010 \u201cAchab\u201d volle riprendere il tema della crisi delle universit\u00e0 (era gi\u00e0 uscito il libro di Rizzo e Stella, e \u2013 per la prima volta! \u2013 ormai tutti si sentivano autorizzati a parlare di come funzionava male l\u2019universit\u00e0 italiana, di quanto era antiquata, familistica, inefficiente; sessista e omofoba non si riusciva ancora a dire). \u201cAchab\u201d chiese a me e Franca Balsamo di contribuire ancora sul tema degli studi di genere, e cos\u00ec ne approfittammo per ripubblicare quanto avevamo scritto nel 1999 con l\u2019aggiunta di una premessa. Potete leggere gli articoli sul numero XV, settembre 2010 (<a href=\"https:\/\/sonia.noblogs.org\/files\/2013\/05\/ACHAB2010BalsamoDiCori.pdf\">scarica il PDF<\/a>).<br \/>\nCredo sia importante che questi sforzi non rimangano del tutto sconosciuti a chi lavora o vorrebbe lavorare nel campo degli studi di genere e deve affrontare ancora una volta ostacoli di natura simile a quelli di 30 o 40 anni fa.<\/p>\n<\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Grazie a Paola Di Cori per aver inserito un commento in questo spazio. Pi\u00f9 che un commento, il suo \u00e8 un intervento prezioso per lucidit\u00e0, intelligenza e coraggio intellettuale, perci\u00f2 ho pensato che meritasse maggiore visibilit\u00e0. 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